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A proposito di Selvaggia e la selvaggitudine

(di Giovanni Pizzo)

Selvaggia e la selvaggitudine

Ieri sera mi è venuta una bella pensata. “ci andiamo a mangiare una pizza? “ chiedo ai miei figli.

 

E mia figlia Costanza, amante del centro storico, prenota in una pizzeria che non conoscevo a Palazzo Quaroni, in Via Maqueda.

Un po’ mi viene il freddo. Nonostante l’afa. Siamo a tre giorni dopo la festa dell’assunzione di Maria e a pochi giorni da quella della “Discensione” di Nostra Signora Selvaggia Lucarelli a Palermo. In via Maqueda ci sarà confusione. Armati di mascherine fino agli occhi e slalomando un serpentone di folla sudaticcia e unta di fritto, emanato da quel coacervo di Street food contemporaneo che è questa bellissima, un tempo, strada arriviamo alla meta. A me sta via unta e bisunta senza negozi di artigianato o di altre cose interessanti sembra un suk di dubbio gusto. Palazzo Quaroni non mi fa impazzire. Mi sembra un’operazione pensata male e finita peggio. Comunque ci sediamo nella pizzeria prenotata. Il proprietario ed il personale sono molto gentili ed efficienti e le pizze sembrano buone. Siamo forse gli unici autoctoni. Il locale è pieno di turisti ovviamente. Ad un certo punto in maniera lirica con un adagio che prende corpo si sente montare un coro polifonico di grida, urli ed insulti.

Si manifesta la “rissa palermitana”

Questo modello di battaglia differisce dalle mischie da rugby inglesi. Quelle sono statiche di corpi contundenti. La rissa palermitana è ondivago, come il mare. È fatta di assalti e ritirate strategiche e di nuovi focolai.

Una volta queste risse avevano il denominatore comune scatenante della “Fimmina”, come nella Cavalleria Rusticana.

Ma in questi tempi moderni non è più la donna che accende, bensì la nuova regina dell’isola. Sua olezzitudine la Munnizza.

Pare che tutto si sia scatenato dal deposito di un ennesimo sacco di munnizza da parte di un lavoratore di un locale del palazzo nei pressi di un basso retrostante lo stesso.

Inquadriamo geopoliticamente la questione.

Dietro Palazzo Quaroni c’è un incrocio di varia umanità. Confluiscono il vico dei giovenchi e via discesa delle capre. Un intreccio di “bassi” umidi e maleodoranti e case ristrutturate, accanto a palazzi ancora fatiscenti. A questo mix non ancora amalgamato, come alcuni quartieri di Gerusalemme, si aggiunge la modernità produttiva di rifiuti della Street food. Come buttare una miccia in un deposito di fuochi d’artificio.

Ovviamente tutto potrebbe essere gestito se in città ci fosse una modalità di deposito e raccolta puntuale, organizzata ed efficiente. Se si lavassero le strade tutte le sere, come nelle città spagnole, che già non brillano per scoli e fogne.

Ma non siamo in Spagna qua solo si magna.

La rissa fa spaventare ovviamente la clientela foresta che in parte fugge, in parte si rintana. Schizzi di sangue finiscono su una pizza, il pavimento si sporca di rosso tra teste spaccate e coltellate allo stomaco. Il tutto condito dagli incitamenti e pianti di coefore nostrane. “Aviti a’moriri!” sento da un lato. “mia figlia è incinta e u bambino lo perse pu scanto! Cuinnuti!”

Lo scontro è tra gli abitanti del quartiere che si sono susuti a torso nudo dalle “sdraie” dove cercavano riparo dal caldo soffocante dei bassi ed i lavoratori dei locali. Uno scontro tra l’antico ed il contemporaneo.

Arrivano la polizia, i carabinieri e l’ambulanza. Per prima nonostante il sangue copioso viene visitata la ragazza minorenne incinta. Siamo a Palermo, prima vengono i picciriddi e poi gli accoltellati.

Mia figlia mi invita ad andare a vedere. Eravamo gli unici ancora fermi al tavolo. Prudenti ma consci della tragedia in atto. È d’uopo a Palermo cercare di capire come evolvono i bordelli. Per cui mi alzo, mi rimonto la mascherina e scendo per la discesa delle capre. I poliziotti indolenti sono sparpagliati a gruppetti per raccogliere le variegate e differenti versioni dei contendenti. I carabinieri dritti e fermi come paracarri guardavano come fossero dell’FBI. Nel frattempo si era accesa una tenzone fra due autoctoni, condita da vecchi risentimenti. Si spintonavano come due lottatori di Sumo, parimenti discinti più larghi che alti. Se mettono il Sumo alle Olimpiadi la medaglia d’oro è nostra altro che giapponesi.

Ritorno al tavolo a rassicurare gli astanti che è tuttapposto. Il battito del bambino è regolare. Il sudato titolare della pizzeria cerca di rassicurare gli ospiti stranieri offrendo amari e limoncello. Io spiego agli attoniti forestieri che lo facciamo per loro, insceniamo queste sarabande per mantenere la percezione dei luoghi comuni di fronte alla sfida del progresso.

Ah! Se ci fosse stata accanto a me Selvaggia! Altro che Noto. Saremmo finiti direttamente sul NY Times o su Netflix. Palermo sarebbe stata paragonata a Caracas o a Tijuana.

Non c’è mai una Selvaggia quando serve. Solo selvaggitudine.

Ps: Il sindaco Orlando in serata ha dichiarato “Palermo è profondamente cambiata. Il vento del cambiamento non può essere fermato. Se ci date altri 10 anni risolveremo questa piccola criticità dell’immondizia, come stiamo facendo per i morti dei Rotoli. Comunque ci costituiremo parte civile”

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