Cultura

Voci dalle gabbie, Nicolò Randazzo si racconta

Copertina del libro “Voci dalle Gabbie”, di Nicolò Randazzo

Il primo lavoro di Nicolò Randazzo, apprezzabile per il rigore scientifico dell’impostazione e del metodo con cui viene portato a termine, è “Voci dalle gabbie”. Scevro da qualsiasi pregiudizio, Randazzo analizza il sistema carcerario italiano nella sua evoluzione storica con una consapevolezza e competenza che sembra esserci vissuto all’interno. Nicolò è laureato in giornalismo all’università di Palermo e attualmente sta frequentando  il corso di laurea magistrale dell’ Informazione, comunicazione ed editoria presso Tor Vergata a Roma.

L’autore ai nostri microfoni racconta questa esperienza molto forte e significativa.

Come mai ha deciso di trattare un tema così delicato come quello delle carceri? “Il tema è veramente delicato e tragico, specialmente in Italia. La scelta di parlare di carcere è data dall’attenzione che alcuni media e ancor più pochi politici hanno riversato negli ultimi anni su di esso, bisogna cambiare realmente le cose, seguire questa scia. Quello che c’è da fare, infatti, è spostare il carcere dalla sua funzione ancora troppo punitiva ad una maggiormente utile, ovvero evolverlo ad assolvere un compito più rieducativo, con fine ultimo il reale reinserimento nella società del soggetto detenuto.”

La comunicazione in carcere cosa è? forse anche il suono di una sirena che indica il pranzo? Una riflessione in merito. “Parlare di comunicazione dentro il carcere è stata una bella sfida. All’interno di queste città invisibili si vive una comunicazione ‘finta’, subordinata a gerarchie criminali, a emozioni nascoste ai parenti che vengono in visita, a ruoli di opposizione agente-detenuto.
Le forze dell’ordine fanno sacrifici enormi, sempre molto più del dovuto. Mancano figure professionali, flussi di informazione corretta da dentro a fuori e viceversa. Tirando le somme, tranne casi isolati come S.Vittore o Porto Azzurro, finire in galera in Italia è quasi sempre un’esperienza che porta all’imbrutimento della persona, piuttosto che a un suo miglioramento. La comunicazione non è ben regolata, non si riesce a veicolare la cultura del giusto, quella che la società “sana” dovrebbe insegnare al detenuto in via di recupero. ”

Chi sono oggi  i prigionieri e quali le loro colpe?  “In carcere può finire chiunque, chi con tante colpe, chi con zero colpe. Questa è una cosa che tengo a precisare: siamo tutti possibili prigionieri. Spesso il carcere viene visto come qualcosa di lontano, ma non è così. Se avete giocato a monopoli, avrete toccato la casella della prigione almeno una volta, pressapoco il carcere è questo. Nella nostra nazione, patria di una democrazia tra le più civili al mondo, per fortuna non esiste la pena di morte, ne dobbiamo dare merito, ma a volte si finisce in carcere senza avere commesso un reato, questo non deve succedere. Nonostante il grande lavoro dei Magistrati, è umano commettere errori, ma dobbiamo far si che il nostro sistema penitenziario si velocizzi e sia tanto regolamentato, preciso e flessibile da non dare condanne con pesi e misure diversi.”

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