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Violenza giovanile, minori e impunità: il punto cieco che la politica non vuole vedere

Tra scontri ideologici, numeri rimossi e responsabilità negate, la criminalità minorile ha superato il livello di guardia

Violenza giovanile e minori fuori controllo

Baby gang, minori armati e famiglie invisibili: la verità che nessuno vuole affrontare

Non è solo sicurezza o integrazione: la violenza giovanile nasce anche da modelli familiari che lo Stato continua a ignorare

20 gennaio 2025 — Il fenomeno della violenza giovanile, in particolare quella che coinvolge minori, ha ormai assunto i contorni di una deriva strutturale. Lo abbiamo raccontato più volte su questo giornale, con cronache, dati e analisi. Oggi non siamo più davanti a singoli episodi, ma a una normalizzazione della violenza che attraversa scuole, quartieri, stazioni, piazze. Una spirale che appare sempre più difficile da invertire.

La polemica politica che non spiega nulla

Il dibattito politico, come spesso accade, si è trasformato in una rissa ideologica. Da una parte la sinistra accusa il governo Giorgia Meloni di aver promesso sicurezza e di non aver prodotto risultati concreti. Dall’altra, la destra replica ricordando ciò che una parte della sinistra preferisce rimuovere: una quota significativa della criminalità giovanile, oggi, è legata a baby gang di origine straniera, presenti non solo in Italia ma in tutta Europa.

Gruppi che vivono ai margini, spesso fuori da qualsiasi reale processo di integrazione, organizzati secondo logiche autonome quando non apertamente anarchiche. Una realtà che non nasce con questo governo e che non può essere liquidata come propaganda.

Minori, giustizia e un sistema che favorisce l’abuso

Il punto più delicato riguarda la giustizia minorile. Da tempo si discute della necessità di rivedere un impianto normativo che, nei fatti, rende il minore uno strumento perfetto per la criminalità organizzata. Spaccio, aggressioni, rapine: la consapevolezza di una sostanziale impunità ha trasformato molti ragazzi in manodopera ideale.

La mafia, le reti criminali e le micro-organizzazioni urbane lo sanno bene. Usano i minori perché sanno che il sistema li tutela più di quanto li responsabilizzi.

La risposta culturale che ignora la realtà

Di fronte a tutto questo, una parte della sinistra continua a invocare esclusivamente la “risposta culturale”. Più scuola, più inclusione, più mediazione. Tutto legittimo, in teoria. Ma incompleto e spesso ipocrita se non si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà culturale che alcuni di questi ragazzi portano con sé.

Esiste un tema che viene sistematicamente evitato: un patriarcato violento, di dominio e controllo sulla donna, che nulla ha a che vedere con la cultura europea dei diritti e che molte femministe occidentali, sorprendentemente, fingono di non vedere quando non conviene.

Lo dimostrano fatti recenti: accoltellamenti per “gelosia”, rivalità tribali, possesso della ragazza come affermazione di potere. Episodi che non nascono nel vuoto.

La scuola come alibi e il grande rimosso: la famiglia

Quando accade l’irreparabile, la colpa ricade sempre sulla scuola, sul quartiere, sul contesto sociale. Mai, o quasi mai, sulla famiglia. Eppure è qui che l’editoriale deve essere netto.

Un genitore non può non sapere. Non può non sapere se un figlio gira armato di coltello, se spaccia, se frequenta ambienti criminali, se esercita violenza. Una madre e un padre non sono comparse neutre. Sono modelli, riferimenti, complici passivi o attivi.

Se la giustizia farà il suo corso, emergerà spesso ciò che già si intuisce: famiglie segnate da violenza domestica, illegalità diffusa, assenza totale di regole, una cultura della sopraffazione considerata normale.

Colpire il nodo giusto

Se davvero si vuole affrontare la violenza giovanile, bisogna smettere di raccontare favole. La risposta non può essere solo coercitiva, ma non può nemmeno essere solo culturale. Serve responsabilità. Anche penale, quando necessario. E serve il coraggio politico di chiamare le cose con il loro nome.

Colpire le famiglie quando è giusto farlo non è repressione. È tutela della società. Continuare a fingere che tutto si risolva con un laboratorio pomeridiano o con un progetto scolastico è una forma di autoinganno collettivo.

La violenza minorile non è più un’emergenza. È una scelta di sistema. E come tale va affrontata.

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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