Torino devastata: blindato incendiato, negozi distrutti e 30 poliziotti feriti
Scontri per Askatasuna, la città sotto attacco e il paradosso della giustizia italiana

TORINO – ORDINE PUBBLICO E TERRORISMO URBANO
Torino sotto attacco: negozi devastati, cassonetti incendiati, blindato della polizia in fiamme. Oltre 30 agenti feriti
Altro che protesta: terrorismo urbano organizzato. E il paradosso italiano resta intatto: violenti arrestati oggi, denunciati e liberi domani
TORINO 31 gennaio 2026 – Negozi distrutti, vetrine sfondate, cassonetti dati alle fiamme, un blindato della Polizia incendiato. È il bilancio, pesantissimo, della guerriglia urbana andata in scena nel centro di Torino durante la manifestazione per Askatasuna.
Altro che corteo degenerato. Quella di Torino è stata una azione di violenza organizzata, con modalità e obiettivi che rientrano pienamente nella definizione di terrorismo urbano. La città è stata trasformata in un campo di battaglia.
Oltre 30 poliziotti feriti: colpire lo Stato, non protestare
Il dato più grave riguarda le forze dell’ordine: oltre 30 agenti di polizia sono rimasti feriti, alcuni dei quali hanno dovuto fare ricorso alle cure ospedaliere. Non feriti “collaterali”, ma uomini e donne presi di mira deliberatamente.
Gli attacchi sono stati portati avanti con lanci di oggetti, petardi, fumogeni, incendi mirati e accanimento contro mezzi e reparti. L’incendio di un blindato della polizia rappresenta un salto di qualità gravissimo: non è simbolico, è operativo. È un messaggio.
Città devastata, cittadini ostaggio
Il centro urbano è stato devastato. Attività commerciali distrutte, strade bloccate, residenti chiusi in casa. Torino è stata ostaggio di gruppi che hanno agito con freddezza, coordinamento e odio politico.
Non c’è nulla di spontaneo in tutto questo. Non c’è rabbia improvvisa. C’è un disegno: colpire lo Stato, colpire l’ordine pubblico, colpire chi indossa una divisa.
La sinistra condanna, ma aggiunge il “però”
Come sempre, arriva la condanna. Ma arriva con il “però”. Si condanna la violenza, però si parla di contesto. Si esprime solidarietà agli agenti, però si legittima l’area politica che organizza la piazza. Si prendono le distanze dagli scontri, però si evita di chiamarli per quello che sono.
Quel “però” non è neutro. È un alibi politico. È la copertura linguistica che consente alla violenza di ripresentarsi, più forte e più organizzata.
Presenze politiche alla manifestazione: la segnalazione del Presidente della Regione
Secondo quanto riferito dal Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, alla manifestazione sarebbero stati presenti anche parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), oltre a consiglieri comunali della Città di Torino e rappresentanti del Consiglio regionale del Piemonte. Una presenza politica che, pur non coincidente con gli atti di violenza successivamente verificatisi, solleva un nodo istituzionale rilevante: la legittimazione politica di contesti che, nel giro di poche ore, sono degenerati in guerriglia urbana e attacchi diretti allo Stato e alle forze dell’ordine.
Il grande paradosso italiano: violenti oggi, liberi domani
C’è poi un’altra verità che nessuno vuole dire, ma che tutti conoscono. In Italia, anche davanti a devastazioni, incendi e decine di agenti feriti, l’esito giudiziario è spesso prevedibile.
Arresti che diventano denunce a piede libero.
Misure attenuate.
Scarcerazioni rapide.
Un messaggio devastante per chi rischia la vita in strada: difendere lo Stato conviene meno che attaccarlo.
Non è un’accusa personale ai magistrati. È la denuncia di un meccanismo sistemico che negli anni ha prodotto impunità percepita e ha rafforzato la convinzione, tra i gruppi violenti, di poter colpire senza pagare davvero il prezzo.
Accettare l’illegalità per paura è la resa dello Stato
Tollerare occupazioni illegali, giustificare l’estremismo con il linguaggio del disagio, proteggere politicamente chi organizza piazze violente significa una cosa sola: arretrare.
E quando lo Stato arretra, la violenza avanza.
Torino non è stata teatro di protesta, ma di terrorismo urbano. Continuare a chiamarlo in altro modo non è prudenza: è complicità.
Nota editoriale
C’è un punto che non può più essere eluso. Quando una manifestazione degenerata in guerriglia urbana, con negozi distrutti, blindati incendiati e oltre trenta poliziotti feriti, vede — secondo quanto riferito dal Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio — la presenza di parlamentari, consiglieri comunali e regionali, la questione non è più solo di ordine pubblico. È istituzionale.
La politica può scegliere di essere presente ovunque, ma non può poi rifugiarsi nel linguaggio del “però”.
Condannare la violenza senza ambiguità significa anche assumersi la responsabilità dei contesti che si legittimano con la propria presenza.
Il problema non è la partecipazione in sé. Il problema è ciò che quella partecipazione comunica: che l’illegalità può essere tollerata, che l’estremismo può essere compreso, che l’odio verso lo Stato può essere relativizzato. È un messaggio devastante per chi indossa una divisa e per i cittadini che chiedono sicurezza.
Lo Stato non può accettare l’illegalità per paura. La politica non può coprirla per convenienza. E la democrazia non può sopravvivere se chi la difende viene lasciato solo, mentre chi la attacca trova sempre una giustificazione linguistica, un distinguo, un “però”.
A Torino non è esplosa una protesta. È emersa una verità: quando l’ambiguità diventa sistema, la violenza trova spazio. E su questo, non esistono più alibi.



