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The second hand: la risposta per una economia sostenibile

Seconda mano (di Caterina Giercio)

Oggi il second hand è tutt’altro che fuori moda, anzi è molto più vicino al concetto di lusso che a quello di usato.

 

Indossare più a lungo un capo di abbigliamento significa  valorizzare la qualità, scegliere con attenzione quello che indossiamo e liberarci anche dalla schiavitù del fast fashion, che cerca sempre di far desiderare qualcosa di nuovo. Secondo la Ellen Mac Arthur Foundation, che dal 2010 lavora per promuovere e diffondere l’idea di un’economia circolare, oggi al mondo vengono riciclati solo l’1% degli abiti usati, pertanto la strada da percorrere è ancora lunga.

Gli abiti non vengono riciclati anche perché è difficile e poco conveniente farlo, se non è progettato per essere riciclato; per diventarlo deve essere facilmente divisibile nelle sue componenti, deve essere a tinta unita e realizzato con materiale mono fibra. L’abuso del termine “riciclato” ma soprattutto di “riciclabile” è al centro di numerose campagne di greenwashing: non basta l’utilizzo di un componente riciclato per definire così un capo. Per il riciclabile è ancora più complicato ed è una sfida che le giovani generazioni di designer dovranno affrontare.

Il mercato del riuso e il riciclo creativo sono realtà interessanti e vanno pertanto incoraggiate, ma soprattutto è importante educare i consumatori a creare un legame con quello che acquistano: un capo può essere riparato, usato, rinnovato. Prima di uscire dal nostro armadio deve superare questi step: ma di base deve trattarsi di un capo di qualità, altrimenti non potremo fare altro che gettarlo dopo il primo lavaggio.

La  necessità di ricostruire le  economie dei vari paesi, a seguito di una crisi senza precedenti come quella prodotta a causa del Covid, ci porta inevitabilmente a pensare ad una  economia circolare per l’individuazione di soluzioni per i settori della plastica, della moda, dell’alimentare e della finanza che combina le opportunità economiche con i benefici per la società e l’ambiente.

L’importanza di valorizzare quelli che venivano chiamati scarti per diventare risorse e  centro di relazioni è stata l’idea forza del progetto la “ Sartoria Sociale” una impresa sociale della cooperativa Al Revés che promuove il sapere artigianale,  l’economia circolare e l’inclusione sociale dando vita ad un negozio di moda sostenibile ed un laboratorio di sartoria e riciclo tessile nel quale lavorano persone di varie provenienze sociali, etniche e professionali. Un progetto nato nel novembre 2017, grazie anche alla concessione di un bene confiscato alla Mafia divenuta la sede del laboratorio in via Alfredo Casella a palermo,  che oggi risulta più che mai in linea con i tempi; un progetto dove oltre a riciclare tessuti si riciclano intere esistenze e conoscenze,  dando vita ad un percorso di rinnovamento che non riguarda solo gli abiti.

Il riuso dei capi di abbigliamento sembra avere conquistato una parte di mercato, facilitato anche dalla nascita di molte piattaforme digitali; si assiste ad  un vero e proprio boom del second-hand, vedasi l’ultima nata “Vinted”,  e per i prossimi anni si prevede che ci sarà una grossa crescita di questo mercato, soprattutto per i beni di lusso. Allo stesso tempo stanno crescendo progetti creativi che utilizzano i “deadstock” per le proprie creazioni, ossia i tessuti che avanzano dalle produzioni e che così vengono riutilizzati. Lo scopo è quello di disincentivare la sovra-produzione, ma il fast fashion si basa proprio sulla capacità di innescare nuovi desideri e mandare in negozio collezioni nuove ogni settimana. Questo ricorrente desiderio di novità spesso si riscontra anche in coloro che acquistano capi vintage ogni settimana.

La dichiarazione, dal titolo “ A Solution to Build Back Better: the Circular Economy”, è l’appello rivolto ad aziende e governi del mondo perché prendano parte al viaggio verso un’economia circolare.

Ma la vera domanda è:  Possiamo vivere con pochissimi capi nell’armadio, magari di qualità, oppure abbiamo bisogno di accumulare vestiti che utilizziamo poche volte e che gettiamo con estrema facilità, vista anche la loro scarsa qualità ed il basso costo ?

Su Instagram una sfida molto interessante, si chiama #project333, lanciata da Courtney Carver, una ragazza americana che ha una storia molto interessante. La sfida è quella di creare un guardaroba composto da 33 pezzi, compresi scarpe e borse, da utilizzare per 3 mesi. In questo modo si acquistano meno cose, di migliore qualità e che sono coordinate tra loro. Naturalmente alcuni articoli possono essere utilizzati per più stagioni. Secondo Livia Firth, ex moglie dell’attore Collin, creativa specializzata in sostenibilità integrata e fondatrice della Green Carpet Challenge (GCC), un capo di abbigliamento deve essere indossato almeno 30 volte, altrimenti vuol dire che non ci era più utile.

Alla fine saranno comunque le scelte dei consumatori a fare la differenza.

Caterina Guercio

 

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