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Sicilia, i retroscena dell’operazione Apocalisse e l’omicidio di Joe Petrosino

Un’operazione che ha avuto pochi precedenti nella storia del contrasto alla criminalità mafiosa e che, nelle prime ore di questa mattina, ha avuto come epilogo l’arresto nel capoluogo siciliano di 95 persone, di cui 78 finite in carcere, 13 agli arresti domiciliari, due con obbligo di dimora (Alessandro Chiovaro e Girolamo D’Alessandro), una con divieto di dimora (Pietro Franzetti), ed un’altra con l’obbligo di presentazione alla polizia (Salvatore Picone).

A portare a termine la maxi-operazione, denominata “Apocalisse” proprio in virtù della sua imponenza ed ampiezza, il lavoro sinergico di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia.

“A Palermo il tempo della rivalità tra forze di polizia è terminato. L’operazione di oggi è la conclusione di un’attività investigativa gestita in modo perfetto”. E’ stato il commento del procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, nel corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i particolari dell’inchiesta.

“È un’operazione di grande importanza – ha aggiunto – che riguarda i quartieri di Tommaso Natale/San Lorenzo e Resuttana. Attualmente, grazie alle indagini effettuate, queste zone dovrebbero essere messe in sicurezza, ma l’immagine inquietante di Cosa Nostra, ci fa pensare che non sarà una cosa definitiva”.

I provvedimenti, rivolti a soggetti ritenuti responsabili a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico di stupefacenti, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita, concorrenza sleale con violenza o minaccia, sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo Luigi Petrucci su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

Nell’inchiesta è coinvolto pure un imprenditore antiracket, Pietro Franzetti, candidatosi nelle liste dell’Udc al consiglio comunale di Palermo nel 2012, non eletto, avrebbe comprato voti dalla mafia.

“Apocalisse” ha inferto un durissimo colpo ai mandamenti mafiosi di Resuttana e San Lorenzo/Tommaso Natale, già colpiti negli ultimi anni da diverse operazioni, ma interessati a riorganizzarsi facendo quadrato intorno a figure come quella di Girolamo Biondino, fratello di quel Salvatore, autista di Totò Riina. Quindi, la nuova Cosa Nostra sta cercando di ricucire le fila, anche attraverso un interscambio “fisiologico” dettato dalla necessità di colmare le lacune che la gestione di un mandamento inevitabilmente comporta, soprattutto in relazione all’incidenza del contrasto delle Forze di polizia.

Non è un caso che, Giocchino Intravaia e Giuseppe Fricano, boss di Resuttana, non rispettando i classici assetti dei sodalizi mafiosi, caratterizzati da una chiara e definita ripartizione dei ruoli, hanno finito per arruolare una serie di soggetti che non avevano alcun legame col territorio, in quanto affiliati con famiglie mafiose di altri mandamenti, e che spesso risultavano poco affidabili (i “drogati” o “scappati di casa”). Il continuo inserimento di questi individui nelle fila della famiglia e la loro successiva estromissione è stato uno dei fattori principali dell’instabilità all’interno del mandamento, che ha generato a sua volta una serie di profondi attriti tra i due correggenti.

I dissidi fra Fricano ed Intravaia portarono nel marzo del 2012 da una frattura insanabile, che culminò persino in uno scontro fisico, ripreso dalle telecamere e dalle microspie istallate in via Corleo. Gli investigatori sono riusciti a scongiurare le esecuzioni dello stesso Intravaia (che nel frattempo operava con il proprio schieramento in una posizione di extra organicità rispetto a Cosa Nostra e per questo doveva essere fatto fuori) e di Michele Pillitteri, detto il “macellaio”, che stava a capo di un gruppo di affiliati che imponevano in modo capillare le estorsioni agli esercizi commerciali presenti sul territorio.

Il conseguente isolamento di Intravaia lascia campo libero a Fricano, che inizia ad imporre la propria leadership attraverso estorsioni ad imprenditori e commercianti. Il denaro sottratto illecitamente, oltre ad alimentare le casse del mandamento e ad essere utilizzato per sostenere le famiglie dei detenuti, veniva anche reinvestito nel settore delle scommesse sportive e nella costituzione di società legate al campo delle energie rinnovabili.

Sempre nell’ambito del mandamento mafioso di Resuttana, gli inquirenti hanno accertato che la famiglia dell’Acquasanta è stata retta prima dai fratelli Matassa, Agostino e Filippo, e successivamente da Vito Galatolo, genero di Filippo Matassa ma soprattutto figlio di Vincenzo, storico esponente del quartiere. Tra i metodi utilizzati da Galatolo per riciclare il denaro sporco, vi sarebbe stato anche quello di impiegare oltre 660mila euro di proventi illeciti in scommesse calcistiche, ripulendo attraverso le vincite oltre 590 mila euro.

Secondo quanto accertato dagli investigatori, le attività criminali ed in particolare il racket delle estorsioni, venivano gestite da Gregorio Palazzotto, un personaggio con legami di parentela con il noto boss Gaetano Fidanzati, deceduto nel 2013. A partire dal 2013, dopo il ritorno in carcere di Palazzotto per scontare una condanna definitiva per estorsione, la reggenza della famiglia è stata mantenuta, temporaneamente, dal cugino Domenico, sotto la guida di Pietro Magrì, e poi direttamente da quest’ultimo. Dal carcere, Gregorio Palazzotto è riuscito a mantenere intatta la sua leadership, aiutato dalla compagna Daiana De Lisi.

Dalle indagini è emerso che i Palazzotto siano imparentati con il boss mafioso Paolo Palazzotto. E così, dopo oltre cento anni si sarebbe scoperto il killer che uccise in piazza Marina a Palermo il poliziotto italo-americano Joe Petrosino. Una cimice ha registrato una frase di Domenico Palazzotto, arrestato oggi, che si vantava delle tradizioni centenarie di appartenenza alla mafia della sua famiglia. “Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro“. Petrosino fu ucciso la sera di venerdì 12 marzo 1909. Dagli Stati Uniti era arrivato nel capoluogo siciliano per debellare l’organizzazione criminale Mano Nera.

Marina Pupella

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