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Se ti difendi da un criminale, la giustizia è davvero dalla tua parte?

Il caso di Genova rilancia un paradosso: chi subisce un’aggressione finisce a doversi spiegare, mentre chi delinque conosce bene i margini di un sistema che spesso appare sbilanciato.

GIUSTIZIA E SICUREZZA

Da Genova a tanti casi discussi: quando chi si difende finisce sotto pressione e il deterrente perde forza

20 gennaio 2025 — Il messaggio che passa è tossico: difendersi può costare caro, subire sembra “più sicuro”. È l’effetto che molti cittadini percepiscono quando leggono notizie in cui la vittima, dopo una rapina o un’aggressione, viene a sua volta coinvolta in accertamenti o indagini per come ha reagito. Non è un dettaglio tecnico: è un segnale culturale che incide sulla fiducia e sulla tenuta sociale.

Il fatto di Genova

In questi giorni è tornato al centro del dibattito un episodio avvenuto a Genova, rilanciato anche in tv: un commerciante aggredito, colpito, che riesce a immobilizzare l’autore del furto e lo consegna alle forze dell’ordine. Secondo la ricostruzione riportata da Primocanale, il gestore di un ristorante a Nervi sarebbe finito indagato per lesioni dopo aver legato il ladro e averlo trattenuto fino all’arrivo della polizia.

Mario Giordano ha commentato il caso sottolineando la sensazione, sempre più diffusa, di un sistema in cui la bilancia tende a spostarsi verso chi delinque e non verso chi subisce.

La bilancia che si inclina e la paura che resta alla vittima

Qui non si tratta di “attaccare i magistrati” o di fare processi alle intenzioni. Il punto è un altro: anche quando ogni passaggio fosse formalmente corretto, l’effetto finale rischia di essere devastante. La vittima si ritrova a vivere un secondo incubo, fatto di carte, convocazioni, avvocati, ricostruzioni a freddo. L’aggressore, invece, sa che esistono margini, cavilli, tempi lunghi, interpretazioni. E quel messaggio, nel mondo reale, diventa incentivo.

È così che nasce il cortocircuito: chi lavora e subisce un reato viene spinto alla prudenza passiva, mentre chi commette reati impara a “giocare” con i limiti del sistema. Alla lunga, questa dinamica non tutela i diritti: li svuota, perché alimenta rassegnazione e silenzio.

Inasprire le pene serve: il deterrente deve tornare credibile

Inasprire le pene non è una parola sporca. È una leva necessaria quando il deterrente è diventato inconsistente. Oggi troppi delinquenti agiscono con la convinzione che “tanto non succede nulla”, che tutto si risolve in una denuncia, in un rilascio, in un percorso che raramente spaventa davvero chi ha fatto del crimine una scelta.

Se il segnale che arriva è di debolezza, il crimine si espande. E quando, oltre alla debolezza, entra in scena persino la possibilità di ribaltare la narrazione – fino a tentare la carta del risarcimento, o di trasformare l’aggressore in vittima – allora il sistema perde la misura e la società perde fiducia.

Un precedente che ha fatto discutere

Negli anni scorsi ha fatto rumore il caso del tabaccaio di Civè di Correzzola (Padova): la richiesta di risarcimento avanzata dai familiari del rapinatore ucciso fu poi respinta dalla Cassazione. Ma il solo fatto che una vicenda del genere diventi terreno di contesa giudiziaria spiega perché tanti cittadini parlino di “mondo alla rovescia”.

Legittima difesa e trattenimento: la zona grigia che va chiusa

La legittima difesa esiste e va tutelata. Ma il problema è che, troppo spesso, viene valutata a posteriori, con criteri astratti, mentre chi subisce un’aggressione vive secondi di paura e di rischio reale. E c’è un altro nodo: il trattenimento dell’aggressore in attesa delle forze dell’ordine. Se un cittadino blocca chi ha appena commesso un reato e chiama la polizia, la società lo percepisce come un comportamento collaborativo. Quando però quella scelta finisce in un’inchiesta, la percezione collettiva cambia e diventa sfiducia.

È qui che serve una correzione netta: ridurre le zone grigie che trasformano un atto di difesa e di contenimento temporaneo in un rischio giudiziario per la vittima. Non per legittimare vendette o giustizia privata, ma per ristabilire una gerarchia morale chiara: aggressore e aggredito non possono stare sullo stesso piano.

Se la sicurezza è una priorità, allora la risposta non può essere solo comunicativa. Deve essere concreta: pene credibili per chi delinque, tutela reale per chi subisce, e un sistema che non faccia sentire “colpevole” chi ha reagito per proteggere sé stesso, la propria famiglia o il proprio lavoro.

Nota editoriale.

Sappiamo già che questo editoriale farà storcere il naso a una parte del fronte progressista, quello che da anni difende l’impostazione secondo cui è “giusto” che il giudice iscriva la vittima nel registro degli indagati, che parla di garanzie astratte mentre ignora il contesto reale dell’aggressione, e che liquida ogni critica come “giustizialismo”. È lo stesso approccio che, nei talk televisivi, arriva spesso a considerare “disumano” il gesto di chi si difende, di chi blocca un aggressore in attesa della polizia, di chi reagisce per sopravvivere. Anche nel caso di Genova, siamo certi che qualcuno parlerà di eccesso, di metodi inaccettabili, di fascette da elettricista come simbolo di una violenza intollerabile. Ancora una volta, lo sguardo si sposterà sull’atto di difesa e non sull’aggressione che lo ha provocato. È qui che sta il punto di rottura: quando l’attenzione morale e giuridica si concentra più sul comportamento della vittima che su quello del criminale, la bilancia non è più neutrale. E quando difendersi diventa oggetto di sospetto, mentre delinquere resta quasi un rischio calcolato, allora sì, qualcosa si è profondamente invertito. Questo editoriale non chiede impunità, non legittima vendette, non giustifica abusi. Chiede una cosa sola: che il sistema torni a distinguere senza ambiguità tra chi aggredisce e chi subisce. Perché una giustizia che guarda con diffidenza chi si difende, finisce per stare, anche senza dirlo, dall’altra parte.

Uomo immobilizzato dopo una rapina mentre la giustizia mette sotto pressione la vittima che si è difesa
Il paradosso della sicurezza: chi si difende da un criminale rischia di finire sotto indagine.

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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