Piazza, odio e femminicidi: se il branco colpisce una donna in nome del patriarcato
Dal corteo di Non Una Di Meno al cartello «Meno femminicidi, più melonicidi»: perché chi dice di difendere le donne non può usare il linguaggio dell’odio contro una donna

Il paradosso di Roma: lottare contro la violenza usando il linguaggio dell’odio
Dal corteo di Non Una Di Meno al cartello «Meno femminicidi, più melonicidi»: quando la piazza trasforma una donna in bersaglio
di Francesco Panasci
25 Novembre 2025 – Il corteo di Non Una Di Meno tornato a Roma il 22 novembre ha portato in piazza migliaia di persone. Una manifestazione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto parlare di violenza sulle donne, patriarcato, discriminazioni e diritti. E invece, tra gli striscioni, è apparso un cartello che ha oscurato tutto il resto: «Meno femminicidi, più melonicidi».
Un messaggio rivolto alla Presidente del Consiglio, dunque a una donna. Una donna che, piaccia o no, oggi guida il Paese.
Qui inizia la mia riflessione.
La contraddizione che non si può ignorare
Come si può scendere in piazza contro la violenza sulle donne e, nello stesso spazio, lasciar circolare un messaggio che allude alla morte violenta di una donna?
Dove finisce la lotta al patriarcato e dove inizia il branco?
Questa non è satira, non è nemmeno una provocazione politica ben riuscita. È un linguaggio di odio.
Un “omicidio” evocato pubblicamente ai danni di una specifica persona, una leader politica che ha il solo torto – agli occhi di chi espone quel cartello – di non pensarla come loro. In qualunque altro contesto sarebbe condannato senza esitazioni. Qui, invece, molti fanno finta di niente.
Il problema non è Giorgia Meloni in sé. Il problema è la coerenza, il principio, la qualità civile del nostro dibattito pubblico.
Che cosa rappresentano davvero questi movimenti
Non Una Di Meno non è soltanto un movimento contro la violenza di genere. Chiunque può leggere i loro documenti: l’obiettivo dichiarato è una lotta politica al neoliberismo, al capitalismo, al sistema considerato patriarcale e oppressivo nella sua interezza. La violenza sulle donne diventa così spesso una bandiera, il cavallo di battaglia ideale per legittimare una battaglia ideologica molto più ampia.
Questo non vuol dire negare la gravità del fenomeno dei femminicidi. Al contrario: proprio perché il fenomeno è drammatico, richiede serietà e strumenti efficaci, non slogan da social.
Se l’obiettivo è davvero quello di ridurre i femminicidi, allora servono ricerca, dati, prevenzione reale, politiche mirate, non soltanto cortei e parole d’ordine.
La parola “patriarcato”, ripetuta in ogni frase, sembra ormai una chiave universale, buona per spiegare qualsiasi cosa e soprattutto per giustificare la necessità di “rieducare tutta la società” secondo un’unica visione ideologica. Ma il rischio è evidente: si confonde l’analisi con il dogma, la complessità con lo slogan.
Educazione sessuo-affettiva, femminicidi e realtà
In questo quadro rientra anche la grande bandiera dell’educazione sessuo-affettiva obbligatoria nelle scuole. Il principio di una scuola che parli di rispetto, affettività, relazioni sane è condivisibile. Ma una cosa è condividere un valore, un’altra è presentarlo come la soluzione scientificamente valida ai femminicidi.
Ad oggi, non mi risulta alcuno studio che dimostri che un modulo di educazione sessuale, così come lo immaginano certi movimenti, riduca in modo significativo gli omicidi di donne. La violenza è un fenomeno complesso, radicato in storie familiari, disturbi psichici, dipendenze, contesti sociali fragili, modelli culturali e criminali anche di stranieri che non si sciolgono con un laboratorio scolastico.
Per questo definire l’educazione sessuale come “la risposta” ai femminicidi rischia di essere non solo ideologico, ma persino antiscientifico. Può avere altri obiettivi – alcuni forse legittimi – ma non può essere venduta come la panacea assoluta contro gli omicidi di donne.
Personaggi famosi, silenzi pesanti
C’è poi un altro aspetto che mi colpisce. A queste manifestazioni partecipano attrici, registi, volti noti dello spettacolo e della cultura che – giustamente – negli anni hanno spiegato quanto il linguaggio conti, quanto l’odio verbale prepari il terreno all’odio reale.
Eppure, davanti a un cartello come «Meno femminicidi, più melonicidi», non si registra una condanna chiara. Nessuna presa di distanza netta, nessun “questo no”.
È come se la sensibilità al linguaggio cessasse improvvisamente quando il bersaglio è una donna di centrodestra. Come se la lotta alla violenza valesse solo per certe donne e non per tutte.
Ma la coerenza etica non funziona a intermittenza. O vale sempre, o non vale più.
Il silenzio quando la violenza arriva dagli stranieri: una domanda inevitabile
C’è poi un silenzio ancora più difficile da ignorare: quello che emerge ogni volta che a commettere violenze, stupri o aggressioni contro le donne non è il “maschio italiano patriarcale”, ma uno straniero, spesso già noto alle forze dell’ordine o proveniente da contesti culturali dove la dominazione maschile è strutturale.
Quando la vittima è una donna italiana e il responsabile è un immigrato, molte delle organizzazioni che riempiono le piazze contro la violenza di genere improvvisamente tacciono. Non una nota, non un comunicato, non un post di solidarietà. Nessun corteo. Nessun appello. Nessuno slogan a difesa della vittima.
La domanda allora è inevitabile: perché?
Perché davanti a certi delitti il grido “non una di meno” sembra spegnersi?
Perché la violenza contro una donna non vale più se mette in crisi la loro narrazione politica?
Perché si tace proprio quando sarebbe necessario difendere le donne, tutte, senza distinzione di contesto e nazionalità dell’aggressore?
La risposta, forse, è scomoda ma semplice: condannare apertamente questi episodi significherebbe riconoscere che non tutto si può spiegare con il patriarcato occidentale. Vorrebbe dire ammettere che esistono modelli culturali importati, rigidamente maschilisti, che vedono la donna come proprietà. Vorrebbe dire parlare di integrazione, di illegalità, di comunità chiuse, di uomini che arrivano da Paesi dove lo stupro coniugale non è neanche considerato reato.
E allora si tace. Si guarda altrove. Si lascia sola la vittima, perché raccontare la sua storia significherebbe incrinare l’impianto ideologico su cui questi movimenti costruiscono la loro agenda politica. Ma la violenza sulle donne, quella vera, quella che uccide e violenta, non può diventare una battaglia selettiva. O si difendono tutte le donne, o non se ne difende nessuna.
Le parole sono già azione
Il linguaggio estremista delle piazze, soprattutto quando entra nel campo della violenza, non è mai un dettaglio. Le parole sono già una forma di azione, soprattutto quando diventano coro, quando vengono normalizzate, quando passano l’idea che augurare la morte a qualcuno, se non ci piace, sia tutto sommato tollerabile.
Se le parole fossero davvero la traduzione fedele dei pensieri, allora ci troveremmo davanti a qualcosa di molto grave: una cultura politica che legittima l’idea che si possa “eliminare” il nemico, non solo batterlo sul piano delle idee. Sarebbe un incubo.
Per questo la responsabilità ricade su chi organizza, su chi guida, su chi ispira la piazza. Non basta dire: “Quel cartello non rappresenta tutti”. In piazza, ogni striscione è un frammento di messaggio e l’organizzazione ha il dovere di vigilare su cosa passa e su cosa no.
Se vogliamo davvero difendere le donne, occupiamoci delle vere cause
La violenza sulle donne è un problema reale, concreto, drammatico. Non è un pretesto, non è una bandiera, non si affronta con gli hashtag né con l’odio di segno opposto, né con i “-cidî” creativi che cambiano a seconda del politico di turno. Se vogliamo proteggere davvero le donne – tutte le donne, senza distinzioni e senza selezioni ideologiche – dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia le cause autentiche di questa violenza.
Parliamo di fragilità sociali ed economiche che rendono alcune persone vulnerabili e altre pericolose; di disturbi psichici e dipendenze lasciate senza cure; di modelli familiari violenti e mai intercettati; di una totale assenza, per molte donne, degli strumenti necessari a riconoscere per tempo segnali di pericolo. Ci sono contesti criminali e culturali che legittimano il dominio e il possesso, e c’è una grave mancanza di supporto concreto alle vittime sia prima sia dopo la denuncia.
A tutto questo si aggiunge un dato che in troppi preferiscono ignorare: l’incremento preoccupante di stupri e violenze commessi da uomini stranieri, spesso già noti alle forze dell’ordine, e la presenza – in alcune comunità migranti – di modelli culturali rigidamente patriarcali che considerano la donna un soggetto subordinato, quasi una proprietà. È un problema reale, che non può essere cancellato per timore di essere politicamente scorretti: la violenza non guarda il passaporto, ma certe culture sì.
Ecco perché nessuna di queste questioni si risolve con un cartello che evoca l’eliminazione fisica di qualcuno, né con piazze trasformate in tribunali ideologici permanenti contro chi non si allinea. La violenza si combatte affrontandone le radici, non costruendo nuovi nemici simbolici.
Una riflessione ad alta voce
Chiunque creda nel valore della libertà e del rispetto dovrebbe condannare quel cartello, indipendentemente dal proprio orientamento politico. Perché se accettiamo che la violenza verbale sia normale contro chi non ci piace, abbiamo già tradito la causa che diciamo di difendere.
Le parole contano sempre. Contano quando si parla di una ragazza uccisa dal compagno. Contano quando si parla di una Presidente del Consiglio. Contano quando si parla di una donna qualunque, in un qualunque quartiere, in un qualunque contesto sociale.
Quando le parole diventano armi, non liberano nessuno. Nemmeno chi crede di usarle “per giustizia”. E forse è da qui che dovremmo ricominciare: da una lotta alla violenza che non abbia bisogno di trasformarsi, a sua volta, in violenza.
Francesco Panasci
Direttore



