Referendum o inganno politico? Il voto di giugno divide l’Italia
Cittadinanza facile e Jobs Act da cancellare: la sinistra prova a ribaltare gli equilibri giocando con la scheda elettorale.

Le sinistre a caccia di nuovo elettorato: il referendum come trappola politica
Landini e Schlein guidano l’offensiva referendaria per allargare la base consenziente. Il centrodestra invita all’astensione.
L’8 e 9 giugno 2025 gli italiani saranno chiamati al voto per cinque quesiti referendari abrogativi. Ma la natura del voto, più che giuridica, appare squisitamente politica. A guidare la campagna referendaria sono la CGIL di Maurizio Landini e le forze progressiste, dal Partito Democratico ai Verdi, con l’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, di ampliare la platea elettorale e di logorare un governo sempre più solido e riconosciuto a livello internazionale.
Il cuore del referendum: cittadinanza e Jobs Act
Tra i cinque quesiti spicca quello che propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza per richiedere la cittadinanza italiana. Una modifica che favorirebbe l’ingresso nella cittadinanza – e nel corpo elettorale – di migliaia di cittadini stranieri. Gli altri quesiti mirano a demolire parte del Jobs Act, reintroducendo il reintegro per licenziamento illegittimo, limitando i contratti a termine, e imponendo una maggiore responsabilità per le imprese negli appalti.
Le dichiarazioni: propaganda e mobilitazione
Maurizio Landini ha dichiarato: “Invitare a non andare a votare significa che va bene la precarietà e morire sul lavoro. L’astensione è un grave errore politico e porta a un autoritarismo inaccettabile.”
Elly Schlein ha confermato il pieno sostegno del Partito Democratico: “Il PD sosterrà i cinque referendum e agevolerà la più ampia partecipazione possibile.”
I Verdi hanno lanciato la campagna “5 Sì, la nuova Italia nasce così!”, rivendicando il ruolo sociale del voto come strumento di giustizia e inclusione.
L’altra campana: “Non partecipare è un atto politico”
Dal centrodestra arriva la scelta chiara dell’astensione. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia rifiutano quello che definiscono un “referendum ideologico” e suggeriscono ai propri elettori di disertare le urne. Il vicepremier Antonio Tajani ha commentato: “Non votare è una scelta politica per dire no a un’operazione strumentale.”
Secondo molti osservatori, l’obiettivo della sinistra è chiaro: usare il referendum per mettere in difficoltà un governo percepito come forte, credibile, internazionale e ben saldo nella guida del Paese. Un governo che – proprio per questo – “fa male” a una sinistra che fatica a costruire consenso e contenuti nuovi.
Un referendum o un test elettorale mascherato?
I promotori parlano di diritti. Gli avversari parlano di trappola ideologica. Di certo, la battaglia sul quorum – il 50% più uno degli aventi diritto – sarà decisiva. Partecipare o non partecipare sarà già, in sé, un atto politico.
Il voto non è mai neutrale. E stavolta, dietro la scheda, c’è un’intera strategia di potere.



