Referendum giustizia: vince il No, tensioni tra governo e opposizione
Affluenza al 59%, il No supera il Sì. Meloni riconosce il voto, Conte rivendica il risultato e rilancia la sfida politica

Referendum giustizia, vince il No: segnale politico che pesa sul governo
Affluenza alta e risultato netto: 54% No contro 46% Sì. Meloni accetta il verdetto, Conte attacca
ROMA 23 marzo 2026 – Il referendum sulla giustizia si chiude con una vittoria del No, che si attesta al 54% contro il 46% del Sì, secondo la quarta proiezione Tecnè con copertura dell’86% del campione. Un risultato che, oltre al dato numerico, assume un peso politico evidente.
Un voto che ridisegna gli equilibri
L’affluenza, attestata intorno al 59% degli aventi diritto, segna un dato rilevante: gli italiani hanno scelto di partecipare, trasformando il referendum in un passaggio politico vero, non solo tecnico.
Il fronte del No ha mostrato compattezza, organizzazione e capacità di mobilitazione. Al contrario, il Sì ha pagato un’evidente sottovalutazione del voto, con una parte dell’elettorato che ha dato per scontato l’esito favorevole.
Un errore strategico che si traduce oggi in una sconfitta netta.
Meloni: rispetto del voto, ma resta la linea politica
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto una linea istituzionale: “Rispettiamo la decisione degli italiani, andremo avanti”.
Un messaggio che tiene insieme due livelli: da un lato il riconoscimento del voto popolare, dall’altro la volontà di non arretrare sul piano delle riforme.
Dietro le parole, però, emerge un dato politico: il governo incassa un segnale che non può essere ignorato. Il referendum, pur non essendo un voto politico diretto, diventa un indicatore di consenso e di clima nel Paese.
Conte esulta e rilancia lo scontro
Di segno opposto la lettura del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che parla apertamente di “grande rimonta” e interpreta il risultato come “un avviso di sfratto al governo”.
Una dichiarazione che sposta immediatamente il piano dal merito della riforma al terreno dello scontro politico nazionale.
Il referendum diventa così una leva narrativa per l’opposizione, che prova a capitalizzare il risultato in chiave di alternativa di governo.
Il fronte del Sì: nessun rimpianto
Dal Comitato per il Sì arriva una posizione più contenuta: “Ce l’abbiamo messa tutta, nessun rimpianto”.
Parole che segnano una presa d’atto, ma che non nascondono le difficoltà di una campagna che non è riuscita a incidere fino in fondo sull’elettorato.
Il dato del 46% resta comunque significativo, ma insufficiente per ribaltare un risultato che, nelle ultime ore, ha preso una direzione chiara.
Dimissioni nell’ANM
A rendere ancora più delicato il quadro arriva la notizia delle dimissioni del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cesare Parodi, ufficialmente per “motivi personali”.
Un passaggio che si inserisce in un momento già complesso per il sistema giustizia e che contribuisce ad alimentare interrogativi sul futuro assetto istituzionale e sul rapporto tra politica e magistratura.
Il referendum si chiude, ma apre una fase nuova: il risultato non archivia il tema, lo rilancia.
La partita si sposta nel centrosinistra
La vittoria del No apre anche una dinamica tutta interna al campo progressista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha rivendicato il risultato come un successo politico diretto, accreditandosi di fatto come principale interprete di questo voto. Una mossa che non passa inosservata negli equilibri del centrosinistra, dove la leadership resta tutt’altro che definita.
Il risultato del referendum rischia così di trasformarsi in un terreno di competizione tra le diverse anime della coalizione, con Conte che prova a posizionarsi come punto di riferimento, mettendo pressione al Partito Democratico e agli altri alleati. Più che un momento di sintesi, il voto sulla giustizia sembra aprire una fase di confronto interno, destinata a incidere sulle future scelte politiche e sulle possibili alleanze.



