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Referendum giustizia, il centrodestra paga il conto di chi ha fatto finta di niente

Poca presenza sul territorio, correnti divise e una battaglia mai davvero combattuta: il risultato riapre i giochi politici

Referendum giustizia, il prezzo del silenzio e la corsa che ora si riapre

Ha vinto il No, ma il dato politico più pesante riguarda il centrodestra: in Sicilia e nel Paese è mancata una vera mobilitazione. Intanto la sinistra festeggia, ma apre già la contesa interna per la leadership.

PALERMO 25 marzo 2026 – Il referendum sulla giustizia ha consegnato un risultato netto e politicamente pesante. Ha vinto il No, e lo ha fatto con numeri che non possono essere archiviati come un semplice incidente di percorso. Ma dentro questo voto, oltre alla sconfitta del governo su una riforma simbolica, c’è un altro dato che pesa come un macigno: la sostanziale assenza del centrodestra da una battaglia che avrebbe dovuto sentire come propria, fino in fondo.

In Sicilia, poi, il segnale è ancora più chiaro. In una regione governata dal centrodestra, il risultato del referendum ha assunto il valore di una prova mancata. Non si sono viste, con la forza necessaria, una presenza diffusa, una campagna capillare, una tensione politica coerente con la posta in gioco. Troppo poco, troppo tardi, troppo debolmente. E oggi quel vuoto si paga.

Il centrodestra non può far finta di niente

Dire che il referendum sia stato perso soltanto per il merito del quesito sarebbe riduttivo. C’è stata una fragilità politica evidente, e non solo a Roma. In tanti territori, e in particolare nel Mezzogiorno, il centrodestra ha dato l’impressione di considerare questo passaggio quasi secondario, come se il consenso accumulato negli ultimi anni bastasse da solo a garantire il risultato.

Non è andata così. E forse proprio qui sta l’errore più grave: aver pensato che una riforma di questa portata potesse camminare senza una vera campagna, senza una mobilitazione forte, senza il coinvolgimento pieno di partiti, amministratori, deputati regionali, parlamentari nazionali e riferimenti locali.

Il dato siciliano, letto in controluce, dice una cosa semplice: il centrodestra governa, ma non sempre presidia politicamente il territorio con la stessa efficacia con cui occupa i ruoli istituzionali. E quando manca la politica, quando manca il contatto, quando manca perfino il linguaggio della partecipazione, anche una maggioranza forte può ritrovarsi improvvisamente più debole.

Ma c’è un elemento ancora più profondo, che questo referendum ha portato in superficie: i problemi interni alla stessa coalizione di centrodestra. Le diverse correnti non si sono aiutate, i partiti non hanno marciato compatti, e in alcuni casi – secondo molte letture politiche – alcuni segretari e dirigenti hanno semplicemente fatto finta che il referendum non esistesse.

È mancata una regia unitaria. È mancata una strategia condivisa. È mancata quella capacità di “marcare il territorio” che il centrodestra, invece, ha dimostrato in tante altre occasioni. La sinistra, al contrario, ha costruito un apparato comunicativo e politico capace di incidere, anche con linguaggi forti e a tratti costruiti, ma efficaci nel colpire il governo.

In Sicilia, poi, il dato è ancora più difficile da spiegare. Non c’è stato un vero scontro politico visibile. Non c’è stata una mobilitazione degna di una consultazione nazionale. E secondo alcune fonti e osservatori, dietro questa assenza si muovono anche dinamiche più complesse: timori, prudenza e – qualcuno lo dice apertamente – una certa reticenza a esporsi su un tema delicato come quello della giustizia e del rapporto con la magistratura.

La sinistra ha colpito, ma non ha ancora risolto i suoi nodi

Sarebbe però sbagliato trasformare questo risultato in una assoluzione automatica della sinistra. Il centrosinistra ha certamente saputo leggere meglio il momento, ha sfruttato il referendum come terreno di ricomposizione e ha trovato, almeno per questa battaglia, una linea comune contro il governo. Quando la sinistra decide di compattarsi, resta un avversario serio, organizzato e politicamente pericoloso.

Ma il punto è un altro: questa compattezza potrebbe avere vita breve. Perché appena si accende l’odore del ripiazzamento, la politica torna a fare la politica. E allora dietro la foto unitaria ricomincia subito la competizione. Giuseppe Conte ha già lanciato la propria figura dentro il nuovo scenario, Elly Schlein non arretra sul piano della leadership, e attorno a loro si muovono aree, correnti, ambizioni e candidature più o meno dichiarate.

Tradotto: il referendum ha unito la sinistra contro il governo, ma non ha cancellato la lotta per la guida del campo progressista. Anzi, l’ha probabilmente accelerata. E il tema delle primarie, già evocato e rimesso al centro del dibattito, rischia di trasformare la vittoria del No nell’inizio di una nuova stagione di concorrenza interna.

Un segnale politico che arriva anche dal governo

Dentro questo scenario si inseriscono anche segnali che arrivano direttamente dall’azione di governo e che non possono essere sottovalutati. Le dimissioni di Giusi Bartolozzi, figura di primo piano nell’area giustizia, rappresentano un passaggio politico rilevante, così come le tensioni che emergono attorno ad altri esponenti dell’esecutivo.

Si parla apertamente di un clima di forte irritazione da parte della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che non avrebbe affatto gradito la gestione complessiva della fase referendaria, tra uscite mediatiche poco ponderate, scarsa coordinazione e una comunicazione spesso disallineata rispetto alla delicatezza del tema.

Una cosa è perdere una battaglia politica dopo averla combattuta fino in fondo. Un’altra è perderla dando l’impressione di non averla nemmeno davvero giocata. E quando chi ricopre ruoli di governo o di sottogoverno si muove con superficialità, con dichiarazioni non calibrate o con scelte poco coerenti rispetto al ruolo istituzionale, il prezzo diventa inevitabilmente più alto.

In questo senso, le tensioni che coinvolgono anche altri ministeri, come il caso Santanchè, vengono lette da molti come il segnale di una fase di riassestamento interna, in cui la leadership è chiamata a ristabilire ordine, disciplina e coerenza politica.

In Sicilia il segnale è persino più politico

In Sicilia questo voto pesa ancora di più. Perché qui il centrodestra non può limitarsi a dire che il referendum era difficile o che il clima nazionale era complicato. Qui c’erano tutte le condizioni per tentare una prova di forza politica, culturale e organizzativa. E invece si è avvertito, salvo eccezioni, un clima troppo tiepido, quasi di delega passiva.

Il punto non è cercare capri espiatori a buon mercato. Il punto è prendere atto che una coalizione che governa a livello nazionale, regionale e in molte realtà locali non può permettersi il lusso dell’inerzia su una riforma che aveva anche un valore simbolico. Il prezzo del silenzio, alla fine, diventa sempre politico.

La politica non si ferma mai

Il referendum sulla giustizia lascia dunque due lezioni. La prima riguarda il centrodestra: governare non basta, bisogna esserci, parlare, convincere, mobilitare. La seconda riguarda la sinistra: la compattezza può essere un’arma potente, ma dura finché non entra in campo la partita per la leadership.

Ed è qui che si capisce davvero cosa è successo. Non siamo davanti a una fotografia immobile, ma all’inizio di un nuovo movimento. La sinistra esce rafforzata nel messaggio, ma già attraversata dalla competizione. Il centrodestra esce colpito nel risultato, ma chiamato adesso a una prova di maturità politica vera: meno autosufficienza, meno silenzi, più umiltà, più presenza, più responsabilità.

Perché in Italia, e in Sicilia forse ancora di più, la politica non si ferma mai. E quando nell’aria c’è odore di ripiazzamento, nessuno resta fermo a guardare.

La verità vera

E poi c’è una verità che, dentro il centrodestra, tutti conoscono. Tutti sanno chi ha lavorato davvero per questo referendum e chi, invece, non ha fatto assolutamente nulla. Hanno nomi e cognomi, ruoli e responsabilità.

Non è solo una questione politica. È una questione di credibilità. Perché questo referendum non era una battaglia qualunque: era un passaggio che avrebbe potuto rafforzare il centrodestra, consolidarne il percorso e proiettarlo con maggiore stabilità verso le prossime sfide elettorali.

Invece, tra assenze, silenzi, sottovalutazioni e un intreccio di inimicizie, antipatie, competizioni e gelosie, si è perso molto più di un voto. E questa volta, più che il risultato, pesa la consapevolezza di ciò che non è stato fatto.

 

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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