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Sea-Watch 3, il conto lo paga lo Stato: 76mila euro alla ong dopo il sequestro del 2019

Il tribunale civile di Palermo condanna l'Italia al risarcimento dei danni patrimoniali subiti dall'organizzazione durante il fermo della nave di Carola Rackete

GIUSTIZIA

Porti chiusi, conto salato: l’Italia paga 76mila euro a Sea-Watch per il sequestro della nave

Cinque anni dopo il caso Rackete, il giudice di Palermo riconosce il danno economico causato dal fermo amministrativo della Sea-Watch 3 e condanna l’Italia a pagare

Palermo dà ragione alla ong: lo Stato paga

Il tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la ong tedesca Sea-Watch con 76.287 euro per i danni patrimoniali subiti a seguito del fermo amministrativo della Sea-Watch 3, la nave che nel giugno 2019 aveva fatto il giro del mondo con la comandante Carola Rackete al timone.

Il giudice ha riconosciuto le spese documentate dall’organizzazione nel periodo tra ottobre e dicembre 2019: costi portuali e di agenzia, carburante per mantenere operativa l’imbarcazione e spese legali. Secondo la sentenza, il fermo imposto alla nave ha generato un danno economico diretto che ora lo Stato dovrà rimborsare.

Due settimane in mare, una notte che cambiò tutto

La vicenda risale al 12 giugno 2019, quando la Sea-Watch 3 soccorse decine di migranti nel Mediterraneo centrale. L’allora governo Conte, con Matteo Salvini ministro dell’Interno, impose il divieto di ingresso nelle acque italiane. La nave rimase in mare per oltre due settimane, con 42 persone a bordo in attesa di sbarcare.

Il 29 giugno 2019 Rackete decise di forzare il blocco ed entrare nel porto di Lampedusa per ragioni umanitarie, dichiarando lo stato di necessità. Fu arrestata e la nave posta sotto sequestro.

Il gip non convalida, nasce il contenzioso

Pochi giorni dopo il suo arresto, il gip di Agrigento non convalidò il fermo di Rackete, riconoscendo la prevalenza dell’obbligo di soccorso previsto dal diritto internazionale. Da quella vicenda nacquero diversi procedimenti giudiziari, tra cui quello civile che si è chiuso con questa sentenza del tribunale palermitano.

Meloni: “Una decisione che lascia senza parole”

La sentenza ha scatenato la reazione immediata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha pubblicato un video sui social commentando con toni duri:

“Vi ricordate di Carola Rackete che nel 2019 speronò una motovedetta della Gdf per portare con la nave che comandava degli immigrati in Italia? Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta, perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa, ma oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole. Hanno condannato lo Stato italiano a risarcire con 76 mila euro, sempre degli italiani, la Ong proprietaria della nave capitanata dalla Rackete perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta sotto sequestro”.

Il paradosso è evidente lo Stato viene condannato a risarcire chi ha ignorato le sue disposizioni, mentre sono i contribuenti a saldare la fattura finale

La linea di confine tra obbligo di soccorso in mare e rispetto della sovranità nazionale continua a essere terreno di scontro tra visioni opposte del diritto e della politica migratoria. Ma il punto che brucia, al di là delle posizioni ideologiche, è concreto: 76mila euro escono dalle casse pubbliche non come risarcimento a vittime di un torto subito, ma come rimborso spese a un’organizzazione privata straniera che ha scelto, consapevolmente, di sfidare le autorità italiane.

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