Spazio Libero

Poco orrore nella Lucia di Argento (in prima nazionale al Carlo Felice di Genova)

foto di Marcello Orselli

Un regista di cinema non può resistere alla tentazione di offrire un filmato anche se dietro un sipario e così è stato per Dario Argento che apre la sua Lucia con l’immagine di un castello al crepuscolo ripreso dalla telecamera in avvicinamento in senso circolare. Sotto lo scorrere di acque, sopra nuvole incombenti.

Ma dopo il preludio il tulle si alza e la scena appare assai più statica oltre che meno minacciosa. Ed è proprio la staticità a contraddistinguere tutta la regia di Argento smentendo ogni aspettativa nata spontanea pensando al repertorio cinematografico del creatore di Profondo Rosso. Il sangue c’è, certo, nella scena che da libretto lo richiede, l’uccisione di Arturo, il disgraziato marito di Lucia, accoltellato da lei la prima notte di nozze. Qui, dalla vetrata del castello Ashton sembra infatti di rivedere una scena dei famosi thriller del regista romano.

Ma il forte sta nella presenza di un nudo integrale di donna, che potremmo definire come un alter ego di Lucia o un fantasma da lei evocato, la cui carnalità però stride con la ridondanza delle acconciature preraffaellite e dei pesanti costumi femminili. Un mimo che poteva maggiormente essere utilizzato soprattutto nella scena della pazzia che gestualmente risulta debole. Buona l’intuizione finale di far apparire in un cimitero che sale dai fondi del palcoscenico e che ricorda molto un’ambientazione di Zombie di Romero, Lucia, già defunta e per questo col volto bianco cereo.

La protagonista dell’opera viene così ad accogliere il suicida Edgardo, suo amato ed amante, come nella speranza di un’eterna unione nella morte.

Al termine tanti applausi soprattutto per il soprano Desirée Rancatore, esperta nel ruolo, e qualche “buu” per Argento verso il quale non si può che spezzare una lancia in favore, in primis per essere stato indubbiamente rispettoso della delicata partitura di Donizetti, e poi tenendo presente che non è facile, se non impensabile offrire una vera nuova lettura registica di un’opera lirica quando le ristrettezze economiche suggeriscono di rimediare la scenografia frugando nei fondi di magazzino del teatro.

Francesca Camponero

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