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Le piazze per Gaza superano il limite: violenza, flottiglia e un Paese esposto

Dissenso legittimo o scontro politico? Tra sassi contro la Polizia e barche verso il fronte, cresce il rischio per l’Italia

Le piazze per Gaza, la violenza in casa nostra e il rischio di un incidente internazionale

Cortei sempre più aggressivi e una flottiglia diretta verso la Striscia: tra ordine pubblico, propaganda e pericoli diplomatici

28 settembre 2025 — In Italia le manifestazioni “per Gaza” si moltiplicano e, sempre più spesso, degenerano in scontri con le Forze dell’Ordine. In parallelo, la flottiglia che punta verso la Striscia riapre il capitolo più delicato: sicurezza e rapporti internazionali. La domanda resta inevasa: qual è l’obiettivo reale? Spingere il governo a un atto impossibile — entrare nel teatro di guerra — o alimentare lo scontro politico interno?

Piazze accese e ordine pubblico sotto pressione

Tra scioperi, cortei e presidi, l’onda delle proteste ha prodotto tafferugli, danneggiamenti e feriti tra gli agenti. Il diritto a manifestare non include il diritto a forzare cordoni, bloccare infrastrutture o aggredire la Polizia. Quando la protesta diventa azione coercitiva, lo Stato ha il dovere di intervenire. E non è “repressione”: è tutela dei cittadini, dei lavoratori, dei servizi essenziali.

Una parte della sinistra e alcuni sindacati hanno scelto il registro massimalista: piazze perennemente “aperte”, parole d’ordine assolute, richiesta al governo di fare ciò che nessun Paese europeo può fare: imporre esiti militari in un conflitto in corso. È una forzatura narrativa che svuota la causa umanitaria e alimenta lo scontro interno.

La flottiglia: propaganda in mare e pericoli reali

La cosiddetta flottiglia per Gaza si muove in un contesto dichiarato: il teatro di guerra. Chi spinge per “sfondare le acque” ignora (o finge di ignorare) che l’Italia non può garantire protezione militare in un’area operativa altrui. Il rischio non è simbolico: è concreto. Un incidente in mare sarebbe un disastro diplomatico e un boomerang politico, senza portare un solo chilogrammo di aiuti in più a destinazione.

Se l’obiettivo è aiutare i civili, la via è quella dei canali concordati, dei corridoi umanitari e della diplomazia. Se invece l’obiettivo è lo scontro col governo, allora la flottiglia diventa un set perfetto per la propaganda, ma pericoloso per chi a bordo rischia davvero.

Politica e sindacati: quando il dissenso diventa clava

Nel dibattito rientra anche la linea di chi, come Landini, continua ad aizzare le piazze contro l’esecutivo come se l’Italia avesse la bacchetta magica per fermare una guerra che né Europa né Stati Uniti riescono a bloccare. È una scorciatoia: si sposta il fuoco dallo scenario internazionale alla campagna interna, sacrificando lucidità e responsabilità. Quella di Landini è una strategia politica, molto pericolosa.

La verità è semplice: l’Italia può e deve lavorare su aiuti, pressione diplomatica, mediazione. Ma non può “entrare in guerra” per imporre soluzioni. Chiederglielo è irrealistico; pretendere che la Polizia “si giri dall’altra parte” mentre volano pietre e fumogeni è inaccettabile.

Servono manifestazioni responsabili, non sfide muscolari allo Stato. La causa umanitaria merita serietà, non spettacolarizzazione: meno propaganda, più canali utili, più risultati.

Il gioco della guerra: irresponsabilità e odio contro lo Stato

La trasformazione del dolore altrui in arma di propaganda politica è un atto indegno, profondamente immorale e politicamente miserabile. Usare la sofferenza di civili in guerra per inanellare slogan, accendere piazze e alimentare il conflitto interno non è solo cinico: è una resa della responsabilità civica. Chi orchestri queste manifestazioni — partiti, sigle sindacali o gruppi organizzati — ha superato il confine della legittima protesta ed è entrato nel terreno della strumentalizzazione. Non è più mobilitazione: è emozione di comodo trasformata in clava contro lo Stato. È un gioco che mette a repentaglio vite e rapporti internazionali, e che dimostra la totale mancanza di rispetto per le famiglie dei morti, per i soccorritori e per i cittadini che subiscono disagi e pericoli. Quando la politica riduce la tragedia umana a tattica di potere, tradisce la dignità della causa stessa: non difende i diritti, li mercifica. È ora di chiamare questi comportamenti con il loro nome: irresponsabilità, strumentalizzazione, pericolosa demagogia. Chi guida le piazze oggi deve rispondere non solo sul piano politico, ma anche etico: ogni gesto che alimenta odio contro l’Italia, contro le sue istituzioni e contro le Forze dell’Ordine è una pugnalata alla coesione nazionale. Non si tratta di chiudere la bocca al dissenso — che è parte vitale di una democrazia — ma di rifiutare con fermezza ogni forma di azione che deliberatamente rischi di provocare incidenti, danni umani o crisi diplomatiche. La storia giudicherà chi ha preferito le telecamere alla responsabilità: e non sarà una sentenza benevole.

«La trasformazione del dolore altrui in arma di propaganda politica è un atto indegno, immorale e miserabile. Ogni gesto che alimenta odio contro l’Italia, le istituzioni e le Forze dell’Ordine è una pugnalata alla coesione nazionale.»

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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