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Oltre il pregiudizio: II linguaggio del diritto contro gli stereotipi di genere.

Professionisti e Magistrati a confronto presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Palermo.

Oltre il pregiudizio: II linguaggio del diritto contro gli stereotipi di genere. Professionisti e Magistrati a confronto presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Palermo.

Ieri presso l’Aula Magna della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo si è tenuto un dibattito qualificato sugli stereotipi altamente radicati nella società, in particolare nell’ambito giudiziario, relativo al tema della violenza di genere.

Il dibattito ha visto confrontarsi diversi professionisti –  magistrati, avvocati, professori universitari e giornalisti – sul linguaggio utilizzato all’interno dei Tribunali: si è analizzata l’impalcatura della costruzione della realtà giuridica e si è riflettuto sulla natura della narrazione giudiziaria e di come questa possa trasformare, in alcuni casi, la donna da soggetto che ha subito un torto a mero oggetto di analisi stereotipata (come era vestita, perché era lì a quell’ora, perché ha lasciato la porta aperta).

L’analisi compiuta dai partecipanti ha evidenziato come anche un termine tecnico o un aggettivo fuori posto in una sentenza o in un articolo giornalistico possa creare un pregiudizio non garantendo la tutela della vittima.

Nel corso dei lavori è emerso come i giudici abbiano la responsabilità di tutelare le vittime con il corretto linguaggio, perché la parità di genere non sia solo una questione di “quote” ma di consapevolezza. Inoltre, da parte dei professionisti intervenuti, risulta chiaro come anche scrivere un atto legale o un titolo di giornale in un certo modo garantisca alla donna una dignità che per troppo tempo è stata influenzata da mentalità patriarcali.

Il ragionamento espresso dalla moderatrice del dibattito, la Presidente del Tribunale di Trapani, Alessandra Camassa, si è soffermato sulla funzione sociale e sull’equilibrio delicatissimo che ogni magistrato deve avere per rispettare da un lato il rigore del diritto, dall’altro la sensibilità umana necessaria affinché non ci siano pregiudizi. La Presidente ha evidenziato come la responsabilità del giudice debba necessariamente indirizzarsi verso una motivazione di un provvedimento dove la vittima si senta riconosciuta dallo stato, indipendentemente dall’esito di condanna o assoluzione e dove, se il linguaggio è stereotipato, si verifica la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, nella quale il processo diventa un nuovo trauma per la donna.

Alessandra Camassa e Vittorio Anania

Vittorio Anania, Presidente della IV Sezione penale della Corte di Appello di Palermo, ha affrontato il problema dello statuto della prova, le norme di diritto anche sopranazionali che garantiscono le vittime, l’assetto normativo di riferimento come la legge 181/2025 che tratta del reato di femminicidio, la legge 69/2019 (il c.d. codice rosso) e la convenzione di Istanbul. Il suo intervento si è soffermato sul “giusto processo” e sulle modalità di far coesistere il diritto di difesa dell’imputato con la dignità della vittima. Quindi, il ruolo del giudice deve essere quello di garante supremo, assicurandosi che l’ambiente dell’aula sia protetto e che garantisca una narrazione serena per evitare la “vittimizzazione secondaria” e far rivivere alla vittima il trauma del reato.

Massimo Motisi, avvocato del Foro di Palermo, ha incentrato il suo intervento sulla ricaduta del linguaggio stereotipato nel processo penale, dove la verità deve essere accertata e non presunta. Il problema nasce quando si semplificano i linguaggi e le etichette preconfezionate oscurano la verità.  La fotografia della realtà viene presentata sfumata ai giudici rendendo i fatti manipolati e la vittima diviene vulnerabile.

 

Massimo Motisi

Claudia Pecorella, Prof.ssa di Diritto Penale dell’Università di Milano Bicocca, si è soffermata sulle sentenze europee e le decisioni dell’organismo CEDU in materia di violenza sessuale e ha sottolineato come lo stato italiano sull’argomento risulti essere uno dei più sanzionati sotto il profilo del linguaggio e sull’uso degli stereotipi di genere nella giurisprudenza.

Federigo Bambi, Professore di diritto Medioevale e moderno di Lingua Giuridica dell’Università di Firenze e membro dell’Accademia della Crusca, ha evidenziato l’importanza del linguaggio neutro nelle sentenze, al fine di garantire l’imparzialità ed evitare errori sostanziali inficiando la verità in un processo. Se i giudici o gli avvocati usano termini imprecisi o carichi di pregiudizi, la realtà dei fatti viene deformata e quando le parti di un processo pongono domande non precise o non chiare possono creare confusione alla vittima.

Federigo Bambi e Claudia Pecorella

Il convegno ha messo a nudo una verità scomoda: gli stereotipi sono armi improprie che inquinano il giusto processo. Solo il giudice può essere garante. Le leggi sono strumenti preziosi ma per essere veramente efficaci contro le discriminazioni devono essere supportate da una profonda rivoluzione culturale del giudicante, l’unico che possa garantire che l’aula di Tribunale sia, per ogni vittima, un luogo di protezione e mai di ulteriore offesa.

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