Odiano l’Italia. Torino e l’alleanza tossica tra violenza e ambiguità politica
Dalla guerriglia urbana per Askatasuna ai 70 agenti feriti: terrorismo urbano, illegalità difesa e una sinistra che copre l’odio contro lo Stato

EDITORIALE – 1 FEBBRAIO
Odiano l’Italia. Torino e la violenza che nasce dall’odio contro lo Stato
Non protesta ma terrorismo urbano: 70 agenti feriti, blindati incendiati, città devastata. E una politica che ha scelto l’ambiguità
1 febbraio 2026 – Quello che è accaduto a Torino non è una degenerazione improvvisa. È l’esito naturale di un odio coltivato nel tempo. Odio verso lo Stato. Odio verso le forze dell’ordine. Odio verso l’Italia.
Le ultime informazioni parlano di circa 70 feriti tra le forze dell’ordine. Un numero impressionante. Un dato che, da solo, basterebbe a chiudere ogni discussione. E invece no. Perché anche davanti a blindati incendiati, negozi devastati, cassonetti in fiamme e agenti colpiti con bombe carta, pietre, razzi e oggetti contundenti, c’è ancora chi prova a parlare di “contesto”.
Terrorismo urbano, non conflitto sociale
Chi era in strada non stava manifestando. Stava combattendo. Ed era organizzato.
Con tecniche, strumenti e modalità che nulla hanno a che vedere con il dissenso democratico. Questo ha un nome preciso: terrorismo urbano.
Fonti autorevoli parlano di una presenza organizzata di militanti arrivati anche dalla Francia, di gruppi anarchici e antagonisti, e di soggetti di seconda e terza generazione che hanno sfruttato una manifestazione strutturata per colpire lo Stato. Non episodi isolati, ma un’azione coordinata.
L’obiettivo non era protestare. L’obiettivo era fare male. Umiliare la polizia. Spingere lo scontro fino al limite. E accettare anche l’esito peggiore.
Askatasuna: difendere l’illegalità significa legittimarla
Il punto politico è chiaro e non aggirabile: Askatasuna è stata sgomberata perché illegale.
Perché lì si spacciava.
Perché da oltre venticinque anni era un presidio dell’illegalità in tutte le sue forme.
Scendere in piazza pro Askatasuna significa una cosa sola: essere pro illegalità.
Non esistono interpretazioni alternative.
Ed è qui che l’ambiguità diventa responsabilità. Alla manifestazione erano presenti – come riferito dal Presidente della Regione Piemonte – esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, del Movimento 5 Stelle e frange della sinistra locale, comunale e regionale. Una presenza che, volente o nolente, ha avallato un’operazione contro lo Stato.
Ed è in questo clima di ambiguità politica e narrativa che l’odio trova spazio e giustificazione.
Il giornalismo del “però” e del “ma”: quando la narrazione diventa protezione
C’è un elemento che accompagna sistematicamente episodi di violenza organizzata come quelli di Torino: il linguaggio. Una parte del giornalismo di area progressista prende formalmente le distanze dagli scontri, ma subito dopo introduce il “però”. Condanna, però richiama il contesto. Si dice contro la violenza, ma si sposta l’attenzione sulle decisioni del governo. È una dinamica ricorrente.
Questo schema narrativo non è neutro. Il “però” e il “ma” diventano pretesto, quando non vera e propria protezione culturale, per chi mette in atto comportamenti criminali. La violenza non viene mai isolata come responsabilità piena di chi la pratica, ma costantemente ricondotta a una presunta “provocazione” istituzionale: uno sgombero, una decisione di legge, l’applicazione delle regole.
In questo modo, il racconto mediatico finisce per rovesciare il piano delle responsabilità: lo Stato che fa rispettare la legge diventa la causa, chi incendia blindati e ferisce agenti diventa l’effetto. È una narrazione che non giustifica apertamente, ma attenua, normalizza, assolve indirettamente.
Quando questa ambiguità si ripete nel tempo, produce un risultato preciso: legittima l’odio. Odio verso le forze dell’ordine, odio verso le istituzioni, odio verso lo Stato. Ed è in questo clima che il terrorismo urbano trova spazio, consenso e copertura.
La strumentalizzazione politica: gioco di voti o responsabilità reale?
Altro elemento che emerge nel dibattito pubblico è la percezione, sottolineata da più commentatori, che una parte della sinistra nazionale e locale abbia cercato di trarre vantaggio politico da una narrativa ambigua sugli eventi di Torino. Alcuni editorialisti hanno osservato come i “però” e i “ma” usati nella condanna degli scontri finiscano per assolvere più che condannare, coprendo con linguaggio politico la gravità degli attacchi contro lo Stato.
In particolare, alcune figure politiche sono descritte da cronisti come impegnate a evitare una chiara presa di distanza dall’illegalità operativa e ideologica alla base della protesta, preferendo un linguaggio che cerca di tenere insieme la protesta sociale e l’azione violenta. Questo, secondo diversi osservatori, rischia di alimentare un clima in cui chi attacca lo Stato e chi legittima quell’attacco finiscono per trovarsi sulla stessa linea, per un equilibrio di consensi che inevitabilmente sfocia in ambiguità politica e responsabilità morale.
L’odio alimentato negli anni
Non è un caso isolato. Ogni volta che un inseguimento finisce tragicamente, ogni volta che un intervento delle forze dell’ordine coinvolge stranieri o soggetti irregolari, una parte della sinistra scende in piazza contro la polizia. Sempre. Sistematicamente.
Si costruisce una narrazione rovesciata: lo Stato è il colpevole, chi scappa è la vittima.
È successo troppe volte.
È successo anche nei casi più noti.
Ed è successo di nuovo a Torino.
Questa narrazione ha prodotto un effetto preciso: ha legittimato l’odio. Odio verso chi indossa una divisa. Odio verso le istituzioni. Odio verso l’Italia.
Questa è la sinistra che avanza
È una sinistra che flirta con l’estremismo.
Che giustifica l’illegalità.
Che chiama “diritto” ciò che è occupazione abusiva.
Che parla di inclusione mentre copre violenza.
Ed è una sinistra che, per una manciata di voti, ha scelto di stare accanto ai delinquenti invece che allo Stato. Di stare accanto all’odio invece che alla legge.
Torino ci dice una verità scomoda. L’odio contro l’Italia non nasce da solo. Viene coltivato. Giustificato. Protetto. E quando esplode, non è mai un caso.



