Napolitano, Consulta decide per la distruzione delle intercettazioni

Napolitano, foto internet

Con la sentenza di ieri, la Corte costituzionale decide per la distruzione delle intercettazioni fra il Quirinale e Nicola Mancino. Viene così accolto il ricorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano contro la Procura di Palermo, titolare dell’indagine sulla presunta trattativa Stato–mafia.

Le intercettazioni in questione, secondo la Procura dovevano rappresentare un elemento di accusa nel processo dove Mancino risulta imputato. Fra i politici anche il senatore del Pdl Marcello Dell’Ultri e Calogero Mannino. Coinvolti anche  funzionari del Ros come Mario Mori e Antonio Subranni. Rinviati a giudizio anche i boss mafiosi Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella,Bernardo Provenzano.

Da più parti sono arrivate critiche a questo procedimento e c’è chi ha accusato il pm Antonio Ingroia di protagonismo. Va ricordato che Mannino è stato assolto definitivamente dall’accusa di associazione mafiosa nel 2010 e che per Dell’Ultri la Cassazione ha respinto la richiesta di condanna per concorso esterno e sempre per associazione mafiosa.

Nella sentenza la Consulta dichiara che “non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni”.

Intanto oggi arriva la reazione di Ingroia, attualmente funzionario dell’Onu in Guatemala, che definisce questa notizia un brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all’equilibrio fra i poteri dello Stato. Critica anche il ricorso di Napolitano, giudicato come  dannoso per l’immagine delle istituzioni italiane nel suo complesso. “Le ragioni della politica -conclude Ingroia- hanno prevalso su quelle del diritto”.

Più cauto il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rodolfo Sabelli che spiega che le sentenze non si commentano.

Matteo Melani

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