“Mi hanno iscritto nel registro degli infangati”: Mulè non è indagato, ma i giornali lo processano
La Procura di Milano l'aveva archiviata come irrilevante. Oggi diventa titolo di giornale. Solidarietà da FI e Schifani

POLITICA E GIUSTIZIA
Mulè e “l’intercettazione” del mafioso: “Fango, non conosco quell’uomo”
Il vicepresidente della Camera finisce sui giornali per una telefonata del 2021 in cui un collaboratore di giustizia dice di conoscerlo. Mulè nega ogni rapporto e annuncia azioni legali.
Una mattina di aprile, le 5 passate da poco, e il telefono che squilla. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei deputati e dirigente di Forza Italia, sveglia il suo avvocato prima dell’alba. Sa già cosa lo aspetta: un articolo del Fatto Quotidiano che lo lega, attraverso un’intercettazione di cinque anni fa, a un’inchiesta su mafia e politica. La sua risposta è netta: “Fango allo stato puro“.
L’intercettazione del 2021
Al centro della vicenda c’è una conversazione del 1° marzo 2021: un presunto mafioso, Gioacchino Amico — lo stesso che compare in un selfie con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni — dice al suo interlocutore di conoscere Mulè, appena nominato sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi. Nulla di più. La Procura di Milano ha tenuto quell’atto nei cassetti per un lustro senza avviare alcun approfondimento investigativo. Mulè non risulta iscritto nel registro degli indagati né destinatario di alcun provvedimento.
Amico, oggi, è un collaboratore di giustizia. Il fatto che la notizia emerga adesso, a cinque anni di distanza, è per Mulè la prova di una dinamica precisa: colpire chi si batte per la riforma della giustizia.
La replica di Mulè: “Non ho memoria di averlo incontrato”
“Non sono “amico” di Amico, ma neppure conoscente: non ho proprio assolutamente memoria di averlo incrociato, di avergli parlato, men che mai di aver avuto alcun tipo di relazione con lui. Zero, il nulla. Prima di vederlo sui giornali in un selfie vergognosamente usato contro Giorgia Meloni ignoravo la sua esistenza.”
— Giorgio Mulè
Nel lungo post pubblicato sui social, Mulè ricostruisce quello che chiama il “registro degli infangati“: persone che, pur non indagate, vengono trascinate nel dibattito pubblico attraverso atti giudiziari decontestualizzati. Ricorda di aver già ottenuto una sentenza definitiva di risarcimento per una diffamazione analoga, con condanna anche a carico della società editoriale del Fatto Quotidiano, e annuncia che farà lo stesso anche questa volta.
Collega poi la vicenda alla sua militanza nella campagna referendaria per la riforma dell’ordinamento giudiziario: “Quale fosse stato l’esito, avrei pagato le conseguenze di questo impegno. Il conto, puntualmente, mi viene presentato. Dopo l’antipasto di Roma ora è la volta di Milano”.
Falcone (FI): “Processi mediatici fondati sul nulla”
“È stucchevole, se non ridicolo, alimentare sospetti su persone che non risultano indagate né destinatarie di alcun provvedimento. Per Giorgio Mulè parlano la sua statura politica e umana e la condotta quotidiana al servizio delle istituzioni.”
— Marco Falcone, europarlamentare FI, vicecapo delegazione PPE
Schifani: “So cosa significa essere colpiti da articoli ad orologeria”
“Troppo spesso questi attacchi hanno come unico obiettivo quello di “mascariare”, alimentando processi mediatici sommari che poco hanno a che vedere con la ricerca della verità. So bene, anche per esperienza personale, cosa significhi essere oggetto di articoli “ad orologeria”: nel corso del mio mandato da presidente del Senato mi è accaduto di dover fronteggiare ricostruzioni parziali o strumentali, poi smentite dai fatti.”
— Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana
Il nodo che resta aperto
La questione che Mulè solleva va oltre la sua vicenda personale. L’utilizzo di intercettazioni irrilevanti sul piano penale per costruire narrazioni giornalistiche è un tema che divide da anni magistratura, politica e opinione pubblica. Il confine tra diritto di cronaca e diffamazione è la trincea su cui si combatte questa battaglia — in aula e fuori.
Mulè chiude il suo intervento con una promessa: “Mi troveranno sempre lì dove sanno, a difendere principi e valori a cui ho uniformato tutta la mia vita. Non mi muoverò di un millimetro.“ Il prossimo capitolo si scriverà nei tribunali.



