Minardo apre una riflessione che il centrodestra non può più rinviare. Da esterno ai partiti, ma non alla Sicilia, apro la mia
Le amministrative consegnano alla coalizione di governo un segnale che va oltre vittorie e sconfitte: servono meno personalismi, più ascolto dei territori e una nuova valorizzazione delle competenze per affrontare le regionali del 2027.
Le parole di Minardo aprono un confronto necessario. La vera sfida per il centrodestra siciliano non è celebrare i risultati, ma comprendere i segnali arrivati dagli elettori.
di Francesco Panasci
Le parole di Nino Minardo hanno il merito di riportare il dibattito politico su un terreno di realismo. Perché se è vero che il centrodestra siciliano mantiene una posizione di forza e continua a governare la Regione, è altrettanto vero che le amministrative hanno evidenziato segnali che sarebbe pericoloso sottovalutare.
Non basta contare i comuni conquistati o le singole affermazioni locali. La politica si misura anche dalla capacità di leggere le tendenze e i messaggi che arrivano dagli elettori. E il messaggio di queste amministrative appare più articolato di quanto qualcuno voglia ammettere.
Il centrodestra non è stato sconfitto in modo netto, ma in diversi territori ha subito battute d’arresto significative, perdendo consenso, mostrando divisioni interne e pagando il prezzo di candidature non sempre condivise o di strategie costruite più attorno agli equilibri di partito che alle esigenze dei territori.
Per questo l’invito di Minardo a una riflessione collettiva appare quanto mai opportuno. Se il centrodestra fosse realmente convinto di aver trionfato ovunque, non ci sarebbe alcun bisogno di convocare riunioni, analizzare dati e interrogarsi sugli errori commessi. Invece la richiesta di “cambiare passo” avanzata dal commissario regionale di Forza Italia dimostra che il problema esiste e che viene percepito anche all’interno della coalizione.
Personalismi e occasioni mancate
Negli ultimi anni il centrodestra siciliano ha spesso dato l’impressione di considerare il consenso come un patrimonio consolidato. In alcuni casi hanno prevalso personalismi, correnti e protagonismi individuali. Si è assistito a una politica sempre più concentrata sulle dinamiche interne e sempre meno orientata alla costruzione di una nuova classe dirigente.
Nel frattempo, molti professionisti, amministratori, operatori culturali, imprenditori e rappresentanti della società civile che avrebbero potuto contribuire al rinnovamento della Sicilia sono rimasti ai margini dei processi decisionali.
C’è poi un’altra questione che merita attenzione. Pur governando la Regione da anni, il centrodestra non è riuscito a modificare fino in fondo alcuni meccanismi consolidati del potere amministrativo, culturale e burocratico dell’Isola. In molti settori continuano a sopravvivere assetti costruiti in epoche politiche diverse, mentre chi governa spesso appare impegnato più nella gestione degli equilibri interni che nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo.
Le elezioni regionali del prossimo anno sono ormai dietro l’angolo. Ecco perché il voto amministrativo deve essere letto come un avvertimento prima ancora che come una conferma.
Minardo ha scelto la strada dell’autocritica e della riflessione. È probabilmente il primo passo necessario. Ma adesso serviranno decisioni concrete, più unità e soprattutto maggiore umiltà.
Perché la Sicilia continua a chiedere una politica capace di governare, ma anche di rinnovarsi. E gli elettori hanno già dimostrato, in queste amministrative, di saper distinguere tra chi amministra e chi pensa di avere il consenso garantito per sempre.
Lo sguardo verso Roma
C’è un elemento che il centrodestra siciliano dovrebbe osservare con attenzione. A livello nazionale, la leadership di Giorgia Meloni continua a caratterizzarsi per una costante presenza politica, per la capacità di mantenere alta l’attenzione sui temi dell’agenda di governo e per una continua ricerca del consenso sul territorio. Nulla viene considerato acquisito e nessuna vittoria viene vissuta come definitiva.
Naturalmente questo non significa che tutto funzioni alla perfezione o che non vi siano criticità e ritardi su questioni importanti. Tuttavia emerge una costante: l’impegno politico e la volontà di presidiare il confronto pubblico non vengono mai meno. Ciò che molti elettori continuano ad attendersi, semmai, è quel supplemento di coraggio necessario per affrontare alcune riforme e alcuni nodi strategici che il Paese e il Mezzogiorno attendono da anni.
È un approccio che dovrebbe far riflettere anche le classi dirigenti locali. In politica, il consenso non è una rendita permanente ma un rapporto da alimentare quotidianamente con risultati, ascolto e credibilità.
C’è inoltre una differenza che emerge con evidenza. A Roma, la leadership di Giorgia Meloni continua a dimostrare attenzione, disciplina politica e capacità di tenere alta la tensione verso gli obiettivi. In Sicilia, invece, in alcuni casi si ha l’impressione che una parte della classe dirigente abbia considerato il consenso come un risultato ormai acquisito. È forse qui che si annida uno dei rischi maggiori: confondere il governo con il possesso del consenso. Sono due cose profondamente diverse.
Allo stesso tempo, il centrosinistra continua a inseguire strategie che in molti territori sembrano parlare più a segmenti specifici dell’elettorato che alle preoccupazioni diffuse delle famiglie, dei lavoratori, delle imprese e delle comunità locali. Quando la politica si allontana dai problemi concreti delle persone, gli elettori se ne accorgono e prima o poi presentano il conto nelle urne.
La politica silenziosa che continua a lavorare
Sarebbe tuttavia ingiusto non riconoscere che all’interno della stessa coalizione esistono amministratori, parlamentari, assessori e dirigenti che continuano a svolgere il proprio lavoro con serietà, competenza e senso delle istituzioni. Uomini e donne che preferiscono i risultati alle polemiche, il lavoro quotidiano alla ricerca della ribalta, la concretezza alle appartenenze di corrente.
È anche grazie a questa parte silenziosa della classe dirigente che il centrodestra continua a mantenere un forte radicamento nei territori e a conservare la fiducia di una parte importante dell’elettorato siciliano.
Proprio per questo la riflessione aperta da Minardo non dovrebbe essere letta come una resa dei conti interna, ma come un’occasione per valorizzare maggiormente chi lavora per il bene della Sicilia senza alimentare divisioni, protagonismi o conflitti permanenti. La politica migliore non è quasi mai quella che urla di più. È quella che costruisce, ascolta e produce risultati.
Una coalizione che deve tornare a parlare alla Sicilia reale
Per questo il centrodestra non può permettersi di vivere di rendita né di confidare esclusivamente negli errori degli avversari. Anche perché il centrosinistra continua spesso a proporre modelli politici che faticano a intercettare il sentimento diffuso della società reale. Ma sarebbe un errore pensare che le difficoltà dell’opposizione bastino da sole a garantire future vittorie.
Le prossime elezioni regionali si avvicinano rapidamente. Serviranno meno personalismi, meno guerre di corrente e più capacità di coinvolgere competenze, energie e professionalità che oggi troppo spesso restano fuori dai processi decisionali.
Le parole di Minardo hanno il merito di aver aperto una riflessione. Adesso bisognerà capire se la coalizione saprà trasformarla in un progetto politico capace di guardare oltre gli equilibri interni e di parlare davvero alla Sicilia che produce, lavora, studia e chiede risposte. Perché gli elettori hanno già dimostrato di saper premiare, ma anche di saper correggere. E questo voto amministrativo, più che una celebrazione, assomiglia a un avvertimento.



