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Migranti, Bianco: “L’Europa scelga se seppellire la nostra coscienza di uomini civilizzati”

“L’Europa deve scegliere, e deve farlo oggi, se seppellire, con questi 17 nostri fratelli, anche la nostra coscienza di uomini civilizzati”. Lo ha detto il sindaco di Catania Enzo Bianco nel corso di una commovente cerimonia svoltasi nella corte del Palazzo Platamone, un rito multi religioso davanti alle due piccole bare bianche e i quindici feretri: una bambina di pochi mesi e una di due anni, dodici donne e tre uomini di nazionalità eritrea, siriana e nigeriana, tutti annegati due settimane fa su un barcone naufragato al largo di Lampedusa e portati sulla terraferma, con i superstiti, dalla corvetta Grecale della Marina Militare italiana.

Al rito multi religioso, organizzato dal Comune di Catania, sono intervenuti l’arcivescovo metropolita di Catania Salvatore Gristina, (richiamando le parole di Papa Francesco a Lampedusa ha detto che “dobbiamo andare alle profonde radici della nostra umanità”), il presidente della comunità islamica di Sicilia Kheit Abdelhafid (“ringrazio Catania e il Sindaco per l’esempio di accoglienza e di carità di fronte alle tragedie provenienti da oppressioni e guerre: oggi si sta dando dignità a chi non ha potuto averla da vivo”) e il capo della comunità copta d’Eritrea Keshì Hailé (“Grazie per aver dato dignità a delle anime tribolate”).

Citando il sociologo Bauman, Bianco ha parlato degli “emigranti economici finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli. Non è la Sicilia la terra che può sfamarli. Lo è però quell’Europa di cui la Sicilia è ultima frontiera”.

Il sindaco di Catania, ricordando il cimitero delle carrette del mare a Lampedusa ha sottolineato come siano servite a traghettare “non solo uomini, donne e bambini, ma speranze e sogni; hanno traghettato la vita, ma troppo spesso anche la morte”. Ha poi recitato alcuni frammenti di “ Migrazioni”, poesia del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986, paragonando i migranti a uccelli di passo che, provenienti dall’Africa, si fermano in Sicilia come le cicogne prima di raggiungere il nord.

“Possiamo dare riposo – ha concluso – nella sempre accogliente terra di Sicilia a questi poveri uccelli di passo spinti al nord dall’istinto di sopravvivenza. L’Europa, davanti a queste bare, deve scegliere”.

Dopo il silenzio suonato con la tromba da un carabiniere, 17 ragazzi italiani e stranieri hanno deposto ciascuno un fiore sulle bare. Tra gli altri interventi che si sono succeduti nel corso della cerimonia, ci sono stati quelli di Emiliano Abramo della Comunità di Sant’Egidio (”L’accoglienza ha caratterizzato Catania e la Sicilia e parte da qui un nuovo umanesimo che scuote l’Europa”), Felix Asante, rifugiato nato nel Mali e proveniente dal Ghana, scampato a un naufragio e ora membro dei Giovani per la Pace, (“Prima credevo che mantenere la pace fosse compito degli altri. Ho capito, attraverso la comunità di cui ora faccio parte, che siamo noi stessi i portatori di pace. Oggi ho un sogno: sostenere chi ha bisogno”), il direttore della Caritas di Catania don Piero Galvano (“Chiediamo un’Europa giusta con chiunque chieda dignità”), Sebastian Intelisano, giovane volontario catanese (“La nuova generazione europea non ha paura dei migranti”). Tra gli interventi istituzionali quelli del responsabile della Protezione civile regionale Calogero Foti, mentre è stato letto un breve messaggio del sottosegretario Domenico Manzione.

Oltre al Sindaco, al vicesindaco Marco Consoli, la Giunta e alla presidente del Consiglio comunale Francesca Raciti, alla cerimonia erano presenti autorità civili e militari tra cui il prefetto Maria Guia Federico, il procuratore della Repubblica Giovanni Salvi, il sostituto procuratore Enzo Serpotta, il Presidente del Tribunale Bruno Di Marco , il Questore Salvatore Longo, il rettore Giacomo Pignataro, il comandante provinciale dei carabinieri Alessandro Casarsa, il comandante della Guardia costiera Domenico De Michele e una folta rappresentanza di volontari.

Il sindaco Bianco ha poi ringraziato in particolare Virgilio Piccari, direttore dell’Accademia di Belle arti di Catania, che realizzerà dal bozzetto di un allievo un monumento in pietra lavica che sarà posto nell’area del cimitero in cui saranno seppellite le bare dei migranti.

IL DISCORSO DI ENZO BIANCO
Due settimane fa una bambina di pochi mesi e una di due anni, dodici donne e tre uomini, di nazionalità eritrea, siriana e nigeriana, morirono in un naufragio al largo di Lampedusa. Oggi la città di Catania rende loro omaggio.
Zygmunt Bauman, in un suo libro di una decina di anni addietro, scriveva: “Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di “immigrati illegali” e a dispetto di occasionali ed effimere ondate di orrore e indignazione provocate dalla vista di “emigranti economici” finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli”.
Questa città ha vissuto nell’agosto dello scorso anno l’orrore di vedere sei giovani vite spezzate “nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli”.
Non è la Sicilia la terra che può sfamarli. Lo è però quell’Europa di cui la Sicilia è ultima frontiera. L’Europa dell’assordante silenzio di fronte a questa colossale catastrofe umanitaria che si annuncia, con quasi ottocentomila persone sulla costa africana pronte ad attraversare il Mediterraneo e approdare in quella terra che Goethe definì “Centro meraviglioso di tanti raggi della storia universale”, in quella Sicilia in cui, secondo il genio tedesco, “è la chiave di tutto”.
Alcuni mi hanno raccontato della lunga attesa, prima di attraversare il mare.
Lo speriamo davvero che qui ci sia la chiave, la soluzione a questo angoscioso e angosciante problema capace di mandare in crisi la coscienza stessa dell’Europa: la scelta tra opulenza e umanità.
“Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia” recita un verso di “Migrazioni”, poesia del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986.
A Lampedusa c’è un immenso cimitero di questi relitti di spiaggia. Barconi d’ogni genere e misura, che hanno traghettato non solo uomini, donne e bambini, ma speranze e sogni.
Hanno traghettato la vita, ma troppo spesso anche la morte. E il Mare nostrum ogni tanto ci svela qualche terribile, lancinante segreto, che solo i poeti, come Wole Soyinka, hanno il cuore di narrare.
“Conchiglie di ciprea, coralli, scogliere di gesso
Tutti una cosa sola al margine degli elementi.
Banchi di sabbia seguono i miei passi.
Banchi di sabbia di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,
poiché alcuni se ne sono andati così,
prima di ricevere una risposta
– Ci sarà il sole?
– O la pioggia ?
Siamo approdati nella baia dei sogni.”
Di incertezza del domani si sente parlare spesso nell’Occidente della crisi economica. Ma dall’Africa non si scappa solo per sfuggire alla fame. Si scappa spesso dalla guerra. Lo stesso Soyinka, perseguitato e condannato a morte dal dittatore nigeriano Sani Abacha, è stato costretto a trasferirsi in un altro Paese.
Migrare, come gli uccelli.
La posizione della Sicilia per l’Europa è di incredibile importanza: se non ci fosse la nostra meravigliosa Isola, piantata come una colossale nave sul Mediterraneo, ricca di grandi pantani, a far da ostello agli stremati uccelli provenienti dall’Africa, i danesi o i tedeschi non vedrebbero più planare le cicogne sui loro tetti, a fare il nido sui camini, recando sorrisi e fortuna.
L’Europa, davanti a queste bare, deve scegliere.
Possiamo dare riposo in questa sempre accogliente terra di Sicilia a questi poveri uccelli di passo spinti al nord dall’istinto di sopravvivenza.
E noi lo faremo con questo saluto multireligioso, che per noi ha un grande valore. Lo faremo seppellendo con la massima dignità i corpi di queste bambine, donne e uomini alla ricerca di una speranza.
Ma l’Europa deve scegliere – e deve farlo oggi – se seppellire, con loro, anche la nostra coscienza di uomini civilizzati.

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