CronacaPrimo PianoSiciliaTrapani

Addio al covo del boss: confiscati casa e auto al geometra che nascondeva Messina Denaro

Il tribunale di Trapani firma il decreto di confisca contro Andrea Bonafede, già condannato a 14 anni per associazione mafiosa

ANTIMAFIA

Confiscati il covo e l’auto di Messina Denaro

La Guardia di Finanza di Palermo ha eseguito il decreto di confisca nei confronti di Andrea Bonafede, l’uomo che prestò la propria identità al boss di Castelvetrano durante gli anni della latitanza

I finanzieri del Comando Provinciale di Palermo hanno bussato alla porta di una storia già scritta negli archivi della giustizia e l’hanno chiusa con un atto concreto: la confisca definitiva dell’appartamento che Matteo Messina Denaro usava come covo e dell’automobile con cui il capo di Cosa nostra si muoveva nei mesi precedenti all’arresto. A firmare il decreto è stata la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani, e a subirne le conseguenze è Andrea Bonafede, il geometra di Campobello di Mazara che per anni aveva messo il proprio nome a disposizione del latitante più ricercato d’Italia.

Un’identità prestata al boss per decenni di fuga: oggi quella complicità si traduce in confisca e sorveglianza speciale

Bonafede non era un complice qualunque. Era il volto pulito che permetteva a Messina Denaro di esistere ufficialmente: la sua identità anagrafica aveva consentito al boss di ricevere cure mediche, muoversi e vivere nell’ombra senza destare sospetti. Un ingranaggio essenziale nel meccanismo della latitanza durata trent’anni, conclusa il 16 gennaio 2023 con l’arresto del padrino nella clinica La Maddalena di Palermo.

Con lo stesso decreto, il tribunale ha applicato nei confronti del geometra la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per quattro anni, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Una misura che nella pratica incide poco sulla quotidianità di Bonafede, dal momento che l’uomo è già detenuto e sta scontando una condanna a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa.

I beni confiscati  entrano ora nel patrimonio dello Stato e seguiranno la procedura ordinaria di destinazione: potranno essere assegnati a enti pubblici o associazioni per fini sociali, come prevede la normativa antimafia. È la fine formale di un doppio binario: quello della latitanza di Messina Denaro e quello della complicità silenziosa di chi gli aveva ceduto, pezzo per pezzo, la propria esistenza documentale.

L’operazione è frutto del lavoro coordinato tra la Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Palermo e la magistratura trapanese, che continua a smontare la rete di supporto che per decenni aveva tenuto in piedi la latitanza del boss. Un’attività investigativa che non si è fermata con la morte di Messina Denaro, avvenuta il 25 settembre 2023, e che punta a colpire ogni singolo nodo rimasto ancora in piedi.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio