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Ma niente niente… Paolo Ruffini si è fatto prete? Lo stupore e poi la curiosità di chi si è imbattuto nei suoi reel e non conosceva “Din Don Down”

Lo stupore e poi la curiosità di chi si è imbattuto nei suoi reel e non conosceva "Din Don Down"

Ma niente niente… Paolo Ruffini si è fatto prete? Lo stupore e poi la curiosità di chi si è imbattuto nei suoi reel e non conosceva “Din Don Down”

Succede tutto in un attimo: apri un reel, parte l’audio, e ti ritrovi davanti Paolo Ruffini in abito talare. Per chi non ha seguito da vicino le ultime tappe del suo percorso, l’impatto è stato un misto di shock e dolce e puro divertimento. Il primo pensiero degli internauti è stato quasi unanime: “Ma ci siamo persi qualcosa? Paolo si è fatto prete davvero?”.

È quel tipico momento di “smarrimento da social” dove lo stupore lascia subito il posto alla curiosità. Non conoscendo ancora il programma, l’immagine di Ruffini con il colletto bianco ha fatto sgranare gli occhi a molti, portandoli a chiedersi se il regista toscano avesse deciso di cambiare vita e darsi alla missione pastorale.

Un “don” sui generis: il cuore di Din Don Down

Sveliamo subito il mistero: no, nessuna vocazione improvvisa nel senso classico. Quella tonaca è l’abito di scena — ma anche di vita — del suo ultimo progetto, “Din Don Down”.

Qui il gioco si fa serio e bellissimo: Ruffini indossa i panni del sacerdote non per salire sul pulpito a dare lezioni, ma per fare l’esatto opposto. Si mette lì, “a tiro”, per farsi provocare, interrogare e persino confessare dai suoi dolcissimi e simpaticissimi attori con sindrome di Down. È un ribaltamento geniale: il regista non credente che indossa l’abito del sacro per lasciarsi travolgere dalla fede pura, diretta e senza filtri di chi ha il cuore spalancato.

Cercare Dio anche se non hai la “tessera” del club

L’interesse che questo programma suscita, nasce proprio da qui: il contrasto tra un uomo dichiaratamente laico e la sua ricerca di Dio. È la dimostrazione che non serve avere la “tessera” di fedeli praticanti per esplorare la spiritualità o per porsi domande profonde.

Paolo Ruffini usa l’abito da prete come un ponte. Non recita per propaganda, ma per mostrare quanto sia potente il dialogo tra il dubbio di chi non crede e la certezza luminosa dei suoi ragazzi. È una ricerca di senso che va oltre i dogmi della Chiesa e parla una lingua che tutti, credenti e non, possono capire: quella dell’umanità.

L’arte che parla e incontra Dio nelle anime pure

In definitiva, quegli internauti che si sono incuriositi davanti ai reel hanno visto giusto: qualcosa di “spirituale” in quei video c’è davvero. Anche se Paolo resta un laico convinto, il suo viaggio dimostra che l’arte e l’inclusione possono raccontare Dio e l’essere umano con una forza disarmante.

Forse non celebrerà messe la domenica, ma con questo progetto Ruffini ci ricorda che, talvolta, per toccare il cielo non serve essere credenti, praticanti o avere fede, ma bastano gli occhi giusti e la voglia di lasciarsi stupire.

Una riflessione personale: il potere di un incontro casuale

Devo confessarlo: anche io faccio parte di quella schiera di persone che non conosceva il programma e che, scorrendo distrattamente i reel sul cellulare, è rimasta letteralmente spiazzata. Vedere Paolo Ruffini in abito talare mi ha suscitato uno stupore immediato, seguito da una curiosità così forte da spingermi ad approfondire. Mi sono chiesta cosa ci fosse dietro e, purtroppo non avendo seguito la trasmissione fin dall’inizio, ho iniziato a fare ricerche sul web.

Quello che ho scoperto mi ha lasciata incantata. Sono rimasta affascinata da questa iniziativa stupenda in cui Ruffini, pur dichiarandosi non credente, agisce concretamente in quello che è, in fin dei conti, il significato più puro e profondo del Cristianesimo: l’accoglienza, l’ascolto e l’amore incondizionato verso l’altro.

Non posso che dire chapeau a Paolo, un’anima bella che con questo progetto non fa altro che accrescere la stima di chi già lo conosceva e conquistare il cuore di chi, come me, si è imbattuto per caso in quei reel. Quei brevi video sono una testimonianza di amore puro e ci ricordano che, a volte, per vedere la luce non servono etichette, ma solo il coraggio di essere profondamente umani.

Questo articolo nasce dalla curiosità di chi, inciampando in un contenuto social, ha deciso di non fermarsi all’apparenza, scoprendo che dietro un abito di scena può nascondersi una delle più belle testimonianze di amore del panorama artistico attuale.

Di Marianna Costantino

 

 

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