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Lucia Annibali e il racconto di “un non amore”

Oggi è diventata un simbolo per le donne. Sta affrontando con grande coraggio la sua nuova vita, sta imparando ad accettare un’altra identità, un nuovo volto. Lucia Annibali oggi è un’altra persona, è rinata.

Dopo quel terribile 16 aprile dell’anno scorso, “il mio undici settembre” (l’ha definito), quando due sicari assoldati dal suo ex fidanzato, Luca Varani, le hanno deturpato il volto gettandole addosso dell’acido, ha ripreso a vivere. Lucia ha voluto offrire a tutte le donne vittime di violenza la sua testimonianza, attraverso un libro “Io ci sono. La mia storia di non amore” , scritto insieme con la giornalista del Corriere della Sera Giusy Fasano e presentato ieri a Palermo, nella splendida cornice del Giardino dei Bastioni di Palazzo dei Normanni.

Alla presentazione, organizzata dalla Presidenza dell’Assemblea regionale siciliana, in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti di Sicilia e dell’Ordine degli avvocati, sono intervenuti il presidente dell’Ars,Giovanni Ardizzone, il pm Laura Vaccaro e l’avvocato Marina Cassarà, che da anni si occupano di violenza sulle donne e stalking, la giornalista di Adnkronos Elvira Terranova.

Lucia racconta la storia di un amore trasformato in «non amore» per Luca Varani (oggi condannato in primo grado a vent’anni come mandante della spietata aggressione), le speranze e i sogni frantumati da una sberla di lui. E’ il primo segno di un’altra storia, perversa: quella del possesso scambiato per amore, del rifiuto per un abbandono che innesca rabbia e violenza, fino all’agguato con l’acido: 264 pagine di sentimenti misti a terrore. Angoscia che diventa molestie, agguati, paure.

Lucia confida che prima dell’aggressione era appassionata di fiction d’horror, di serial killer. Adesso non guarda più nulla. E da quel giorno non è più entrata nel suo appartamento in via Rossi 19, luogo dell’agguato. Quell’appartamento è morto il 16 aprile.

«Non ci sono più andata – scrive – né lo farò mai più». Come è morto per lei anche Luca Varani, “lui”: il suo nome lo ha dovuto pronunciare in tribunale per accusarlo. Poi non lo ha più fatto. “Oggi io mi sento libera, padrona di me stessa. Da quel terribile momento ho capito che toccava a me lottare per la mia vita, oggi io sono protagonista della mia esistenza”, ha detto Lucia.

Poi, ha ricordato le paure che l’assalivano nel denunciare prima di quel terribile evento. “Arrivare alla denuncia – ha detto Lucia – significa maturare che il tuo rapporto è stato un errore, capire che queste persone sono malate e non possono essere cambiate. Denunciare significa decidere di salvarsi, non cadere in trappola, perché lo stalker è capace di farti sentire inferiore. Temevo che potesse ledere la mia dignità di avvocato, sapevo le lungaggini a cui andavo incontro e avevo paura di non essere protetta dalle istituzioni. Io sono stata comunque fortunata – ha concluso- sono viva”.

Il numero uno di Palazzo dei Normanni ha sottolineato come “Lucia Annibali rappresenti un’icona e un punto di riferimento. La Sicilia la adotta. Questo Parlamento, da qui, grazie alla sua testimonianza lancia un messaggio positivo ai siciliani e agli italiani: si può rinascere ed affermare la propria identità”.

Il pm Vaccaro nel suo intervento si è soffermata sugli aspetti caratterizzanti le vittime di stalking. “Sono per lo più donne, mi è capitato solo un caso di uomo perseguitato da una donna- ha detto-. La vittima di stalking porta con sé un dramma: l’aggressore non è un estraneo, uno sconosciuto, ma qualcuno con cui si è condiviso un legame affettivo o professionale. Così il fatto che l’aggressore sia una persona che ha fatto parte della tua vita fa sì che la percezione di essere vittima sia ritardata. Le statistiche ci dicono – ha concluso il pm – che gli episodi di stalking avvengono verso la fine di un rapporto. I 90 giorni a ridosso della fine di una relazione sono per le donne la fase più pericolosa, quella in cui gli atti persecutori possono intensificarsi”.

Il coraggio di Lucia e la sua determinazione ad andare avanti le sono valsi il titolo di Cavaliere della Repubblica, conferitole lo scorso 8 marzo dal capo dello Stato.

Marina Pupella

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