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Le motivazioni della condanna di Raffaele Lombardo

“L’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo ha sollecitato, direttamente o indirettamente, i vertici di Cosa nostra a reperire voti per lui e per il partito per cui militava in alcune competizioni elettorali, le regionali in Sicilia del 2001 e nel 2008 e le provinciali a Enna nel 2003, ingenerando nei medesimi il convincimento sulla sua disponibilità a assecondare la consorteria mafiosa nel controllo di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici”. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza del 19 febbraio a firma del giudice dell’udienza preliminare Marina Rizza con la quale, a conclusione del dibattimento con in rito abbreviato condizionato, ha condannato l’ex governatore a 6 anni e 8 mesi di reclusione per concorso esterno all’associazione mafiosa.

Il giudice, nelle 320 pagine che compongono le motivazioni della sentenza, si sofferma sui rapporti tra Lombardo e l’avvocato Raffaele Bevilacqua, già condannato per mafia, responsabile della famiglia di Cosa nostra di Enna; con Francesco la Rocca, ‘leader della famiglia operante a Caltagirone’, rapporto questo che ‘trae origine anche dalla comune area territoriale nella quale entrambi vivevano’ e con Rosario Di Dio, ai vertici della famiglia mafiosa di Ramacca. E poi ci sarebbero stati rapporti con la famiglia catanese Santapaola-Ercolano ed in particolare con Alfio Mirabile, con Raimondo Maugeri e Vincenzo Aiello.

Per il giudice Rizza, l’ex governatore avrebbe “determinato e rafforzato il proposito dei capi e dei partecipi della medesima associazione di acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o il controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici e di ostacolare l’esercizio del diritto di voto e di procurare voti per sé e per altri”. I casi citati fanno riferimento alle elezioni regionali 2001 e 2008, alle Provinciali di Enna del 2003.

Il Gup scrive: “Appare provato che Lombardo abbia contribuito sistematicamente e consapevolmente, anche mediante le relazioni derivanti dalla sua pregressa militanza in più partiti politici, alle attività e al raggiungimento degli scopi criminali dell’associazione mafiosa per il controllo di appalti e servizi pubblici”.

Nella sentenza viene inoltre riportato che “Raffaele Lombardo costituiva un canale ‘diretto’ per la famiglia catanese di Cosa nostra”.

“Il contributo più rilevante, concreto e effettivo prestato dal Lombardo all’associazione Santapaola-Ercolano – scrive il giudice Rizza –, a ben vedere, consiste nella creazione di un complesso sistema organizzativo ed operativo di cui facevano parte, quali componenti parimenti necessari, gli imprenditori ‘amici’ e gli esponenti della ‘famiglia’, creando vantaggi di cui beneficiava anche l’associazione mafiosa”.

Per il gup Rizza ‘modus operandi’, sarebbe stato sempre lo stesso:“Acquistavano terreni agricoli nella prospettiva di ottenerne la variazione di destinazione urbanistica, e poi realizzare elevati guadagni con la plusvalenza della proprietà”.

Il giudice riporta come esempio quattro casi: il piano di costruzione di alloggi per militari Usa di contrada Xirumi e tre centri commerciali, di cui uno solo è stato realizzato. Utilizzando questa ‘tecnica’ il Gip Marina Rizza cita il caso dell’editore catanese Mario Ciancio, Sanfilippo, estraneo al procedimento, indagato per concorso esterno all’associazione mafiosa, reato per il quale la Procura ha chiesto per due volte l’archiviazione. Il fascicolo non è stato ancora definito. Nella sentenza il Gip rimanda alla Procura alcuni degli atti che la Procura etnea “per la valutazione di competenza sull’imprenditore”.

Secondo il Gip il progetto di due affari trattati anche dall’editore “annoverava tra i soci un soggetto vicino a Cosa nostra palermitana“. “Il modus operandi e la presenza di elementi vicini alla mafia – spiega il Gip -fanno ritenere con un elevato coefficiente di probabilità che lo stesso Ciancio fosse soggetto assai vicino al detto sodalizio”.

Sulla vicenda ha già replicato Ciancio attraverso una lunga nota diramata dai suoi legali. “Le valutazioni del Gup che ha condannato il Presidente Lombardo affrontano temi e argomenti concernenti la mia persona già noti da tempo al Procuratore della Repubblica di Catania”, si legge nel comunicato.

“Sorprende – prosegue la nota – la gravità di una valutazione in ordine alla posizione di una persona estranea al processo e che non ha potuto certamente interloquire con il giudice per fornire dati e notizie che avrebbero determinato una valutazione di diverso tenore. Sarebbe stato fornito infatti ampio materiale documentale da cui rilevare il possesso dei miei terreni da oltre quarant’anni, circostanza che confligge con l’ipotesi di acquisti effettuati per lucrare lauti guadagni in combutta con ambienti mafiosi. Non intendo subire, però, alcuna condanna senza giudizio e sono indignato per essere stato indicato come persona vicina ad ambienti mafiosi”.

“Ho dato mandato ai miei avvocati – conclude la nota – di affrontare immediatamente i temi sollevati dal Gup con l’unico interlocutore possibile, il Procuratore della Repubblica di Catania il quale certamente non ha bisogno di un giudice che gli dica cosa fare e al quale intendo affidare la mia persona, la mia famiglia e il futuro delle mie aziende”.

Fonte BlogSicilia

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