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L’Avvocato del Martedì -Dimissioni volontarie: Chi ha diritto all’indennità di disoccupazione?

Avvocato Francesca Paola Quartararo
        Avvocato Francesca Paola Quartararo

(di F.P. Quartararo) Eccoci al nostro appuntamento settimanale con L’Avvocato del Martedì.

I lavoratori che perdono il posto di lavoro hanno diritto all’indennità di disoccupazione, un trattamento economico sostitutivo della retribuzione erogato dall’INPS. In questo modo il lavoratore percepisce un assegno che riduce gli effetti negativi della mancanza di un lavoro. Il sussidio è volto a tutelare chi ha perso il lavoro involontariamente.

Cosa è la NASPI? Quale elemento è rapportato la durata della NASPI?

Attualmente, la tutela assicurativa per i casi di disoccupazione è rappresentata dalla NASPI (nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impegno), che è stata istituito con il D.lgs. approvato in via definitiva il 20/02/2015, in attuazione con lo Jobs Act (L. n. 183/2014).

La Naspi si applica a tutti i settori produttivi e a tutti i lavoratori subordinati, sia con contratto a tempo indeterminato che a termine, inclusi gli apprendisti ed i soci lavoratori di cooperativa che abbiano stabilito con la stessa un rapporto di lavoro in forma subordinata. Sono, invece esclusi dalla Naspi i dipendenti pubblici assunti a tempo determinato e gli operai agricoli a tempo determinato o indeterminato.

La Naspi eroga un’indennità mensile di disoccupazione d’importo pari al 75% della retribuzione mensile persa a seguito della cessazione del rapporto del lavoro, più una somma aggiunta in caso di retribuzione superiore ad un certo limite. L’importo dell’indennità va decrescendo con il passare dei mesi di fruizione spettanti. La durata dell’indennità è in funzione dell’anzianità lavorativa del soggetto interessato (pari alla metà delle settimane coperte da contribuzione degli ultimi 4 anni).

Un’ulteriore strumento a sostegno del reddito per i casi di disoccupazione conseguente la perdita di un precedente posto di lavoro è denominato assegno di disoccupazione (ASDI), che spetta ai soggetti che hanno fruito della NASPI fino al termine dei sei mesi spettanti (entro il 31/12/2015), nel caso in cui, alla cessazione della stessa, risultino ancora privi di occupazione. L’erogazione dell’assegno di disoccupazione è soggetta a criteri selettivi, infatti, l’ASDI viene erogato al termine della fruizione della NASPI, soltanto ai soggetti ancora disoccupati che si trovino in  un’oggettiva condizione economica di bisogno. L’ASDI è erogata per un periodo massimo di 6 mesi: l’importo è pari al 75% dell’ultimo trattamento NASPI percepito, entro un determinato limite massimo, con possibilità di incremento in base agli eventuali carichi familiari del lavoratore.

Cosa s’intende per disoccupazione involontaria?

La disoccupazione che costituisce il presupposto della tutela previdenziale non è la disoccupazione in generale, bensì “quella che deriva dall’estinzione di un rapporto di lavoro”. Pertanto, della tutela previdenziale contro la disoccupazione non beneficiano tutti coloro che sono sprovvisti di lavoro, ma solo coloro che hanno prestato in precedenza lavorativa (disoccupati) e non coloro che sono in cerca di prima occupazione (inoccupati).

Infatti, non hanno diritto all’indennità di disoccupazione tutti coloro che si sono dimessi, ossia hanno perso il posto di lavoro per volontà propria. Unica eccezione è rappresentata dalle dimissioni per giusta causa quale disoccupazione involontaria che di conseguenza da diritto alla disoccupazione.

Cosa sono le dimissioni per giusta causa? Perché danno diritto alla percezione dell’indennità di disoccupazione?

La Corte Costituzionale con sentenza n. 269/2002 ha stabilito che sono da considerarsi “per giusta causa” esclusivamente le dimissioni non riconducibili alla libera scelta del lavoratore, ossia indotte da comportamenti del datore di lavoro tali da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto. In tal caso, nonostante sia il dipendente a recedere dal contratto, si parla di disoccupazione involontaria. A ribadirlo di recente è la Cassazione con sentenza n. 11051/2015, rigettando il ricorso dell’Inps avverso la sentenza della Corte d’Appello che aveva dato ragione ad un’ex lavoratrice costretta a dare le dimissioni a causa delle condizioni di salute (nella specie: intervento al naso) che le impediva di lavorare in ambiente con alta concentrazione di polveri e impiego di sostanza coloranti. La Cassazione ha osservato inoltre, che la disposizione di cui all’art. 34, comma 5 della L. n. 448/1988 non contempli espressamente l’ipotesi di dimissioni per giusta causa che non possa essere esclusa “la corresponsione dell’indennità ordinaria di disoccupazione nelle ipotesi in cui le dimissioni del lavoratore non siano riconducibili alla sua libera scelta, perché indotte da comportamenti altrui idonei a integrare la condizione della improseguibilità del rapporto- come da art. 2119 c.c. – con conseguente stato di disoccupazione involontaria ai sensi dell’art. 38 Cost. “ La Corte, inoltre ha affermato che nell’ipotesi della giusta causa di recesso è presa in considerazione dall’art. 2119 c.c., che richiede che si verifichi “una causa che non consenta la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto”.

Cosa s’intende per prosecuzione “neppure” provvisoria del rapporto?

La mancata prosecuzione del rapporto di lavoro deve consistere in circostanze che si presentino con caratteristiche di obiettiva gravità e che non siano valutate soggettivamente tali dal lavoratore, dovendo rendere incompatibile la prosecuzione dello stesso.

Quali sono le cause che possono dar luogo alle dimissioni per giusta causa?

Sul punto è intervenuta una circolare dell’INPS del 2003 che ha chiarito i seguenti presupposti:

  • Il mancato pagamento della retribuzione;
  • le variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessioni ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda;
  • lo spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra senza comprovate ragioni;
  • molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • mancato versamento della retribuzione o della contribuzione previdenziale;
  • mobbing (ossia comportamenti vessatori da parte di superiori o colleghi, tali da portare all’equilibrio psico-fisico del lavoratore);
  • lo spostamento del lavoratore in una nuova sede senza che sussistano le ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dall’art. 2103 c.c.
  • dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

Nella disciplina sugli ammortizzatori sociali tra le cause che danno diritto all’indennità di disoccupazione, anche le dimissioni per giusta causa e la risoluzione consensuale del rapporto nell’ambito della procedura di conciliazione instaurata con il datore di lavoro.

Esprimete la Vostra opinione sulla questione e, scriveteci nella sezione contatti del sito web: www.avvocatoquartararo.eu

 

Francesca Paola Quartararo

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