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L’AVVOCATO DEL MARTEDI’- DANNO ALLA SALUTE: TRASFUSIONI E DANNO DA CONTAGIO DA EPATITE “C”, QUALI SONO I DIRITTI DEL PAZIENTE?

Avvocato Francesca Paola Quartararo
             Avvocato Francesca Paola Quartararo

(di F.P. Quartararo) Eccoci al nostro appuntamento settimanale con L’Avvocato del Martedì.

Caso:  Nell’anno 1990 il sig. Mevio, si reca presso la struttura ospedaliera dell’ospedale “X” sito in località “Y” e veniva ricoverato d’urgenza a causa di un’anemia causata da un deficit di ferro nell’organismo. Durante il periodo di degenza ospedaliera a seguito di esami effettuati, l’emocromo mostrava una riduzione del quantitativo di emoglobina e di globuli rossi (MCV) al di sotto dei normali valori di riferimento, e dato che non poteva essere curato con una terapia farmacologica vista la gravità della malattia, il sig. Mevio veniva sottoposto a trasfusioni di sangue, affinché fossero idonee e sufficienti a riportare i valori ai normali livelli. Ma sfortunatamente le trasfusioni che gli venivano somministrate dall’ente ospedaliero presso il quale era ospitato, erano trasfusioni ad emotrasfusione di plasma ed emoderivati infetti dal virus dell’HCV. Pertanto, il sig. Mevio, a seguito della trasfusione da sangue infetto, scopre solamente qualche anno dopo di risultare reattivo al virus e di aver contratto “l’epatite C” – post trasfusionale.

In tali casi, chi è responsabile per il danno alla salute provocato al paziente?

Premesso che dalle fonti normative si evince che, sin dalla fine degli anni sessanta/inizi settanta era noto il rischio di trasmissione di epatite virali, essendo possibile la rilevanza indiretta del virus mediante la rilevazione di valori alti di funzionalità epatica (transaminasi). Sin dalla metà degli anni sessanta erano esclusi dalla possibilità di donare il sangue coloro che avevano valori di funzionalità epatica alterati rispetto ai limiti prescritti. Dunque il Ministero della Salute a conoscenza del fenomeno, era tenuto ad attività di controllo direttiva e vigilanza in materia di sangue umano, per cui l’omissione di tale attività funzionali alla tutela della salute pubblica, esponeva lo stesso a responsabilità extracontrattuale per l’inadempienza del dovere di vigilanza derivante dalla violazione  di interessi giuridicamente rilevanti dai cittadini.

Le Sez. Un. (con sent. n. 17685/2011) afferma che il Ministero risponde per il contagio degli altri virus (HIV e HCV) a partire dalla data di conoscenza dell’epatite B (HBC), trattandosi di forme di manifestazione patogena dello stesso evento lesivo dell’integrità fisica da virus veicolato da sangue infetto. Ragion per cui la disciplina per le attività trasfusionali e la produzione di emoderivati, sussiste a carico del Ministero della Salute un obbligo di controllo e di vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico, per cui una volta accertata l’omissione di tali attività con riferimento alle congiunzioni scientifiche esistenti all’epoca di produzione del preparato che l’esistenza di una patologia da virus HIV, HBV, o HVC in soggetto emotrasfuso o assuntore di emoderivati, si può ritenere, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione, sia stata causata dall’insorgenza della malattia e che, per converso, la  condotta doverosa del Ministero, se fosse stata tenuta avrebbe impedito il verificarsi dell’evento (Trib. Roma sent. 19392/2012).

Pertanto, in virtù della correlata attività di controllo e di vigilanza cui è tenuto il Ministero della Salute, ne consegue che la responsabilità di quest’ultimo per i danni causati da infezioni da HVI e da epatite, contratte da soggetti emotrasfusi per omessa vigilanza da parte dell’Amministrazione sulla sostanza ematica e sugli emoderivati, è inquadrabile nella violazione della clausola generale di cui all’art. 2043 c.c.

Oltre al Ministero della Salute, risponde del contagio da “Virus dell’epatite C” anche l’ospedale?

Nel caso di danno da infezione trasfusionale, spetta alla struttura ospedaliera dimostrare che al momento della trasfusione il paziente avesse già contratto l’infezione per la quale domanda il risarcimento (Cass. n. 18895/2015).

La Cassazione ricorda che in tema di danno da infezione trasfusionale, le Sezioni Unite del Supremo Collegio hanno stabilito che alla struttura ospedaliera deve dimostrare che l’affezione era già in atto al momento del ricovero e che, dunque, il proprio inadempimento non è stato rilevante. Pertanto, la Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “in tema di danno da infezione trasfusionale, è onere della struttura ospedaliera dimostrare che al momento della trasfusione il paziente avesse già contratto l’infezione per la quale domanda il risarcimento”.

Infatti, rientra negli obblighi legali ed istituzionali di un ospedale procedere ad una raccolta di sangue che non comporti rischi di infezioni per il paziente e quindi attenersi a quelle linee guida individuate dalla Comunità Scientifica per escludere soggetti con alterazioni sierologiche o con eventi infettivi in atto o pregressi, in caso converso, anche la struttura ospedaliera può essere chiamata in causa solidamente con il Ministero alla Salute per il risarcimento del danno provocato da trasfusioni infette.

Quali sono i diritti a tutela del paziente?

In tema di menomazioni alla salute derivante da trattamenti sanitari si possono verificare tre diverse situazioni:

  1. Il diritto al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2043 c.c. ove ne ricorrano le condizioni;
  2. Il diritto ad un equo indennizzo, discendente direttamente dall’art. 32 Costituzione in relazione art. 2, qualora si tratti di un danno non derivante da un fatto illecito, che sia conseguenza dell’inadempimento di un obbligo legale;
  3. Il diritto, ove ne sussistano i presupposti di cui art. 2 e 38 della Cost., a misura di sostegno sostanziale, che sono disponibili nell’ambito dell’esercizio costituzionalmente legittimo dei suoi poteri assistenziali.

L’art.1 comma 3 della legge 25/02/1992 n. 210 prevede un indennizzo in favore di coloro che presentino danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali sempre che tali danni possono inquadrarsi, pur alla stregua di un  mero canone di equivalenza, compatibile con il principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e con il diritto a misure di assistenza sociale di cui all’art. 38 Cost., la previsione di una soglia minima di indennizzabilità del danno permanente alla salute nel caso di trattamenti sanitari non prescritti dalla legge o dal provvedimento dell’autorità sanitaria (Sez. Un. N, 8064/2010).

C’è prescrizione?

Assolutamente SI.

Il diritto al risarcimento dei danni provocati da emotrasfusioni infette si prescrive in cinque anni che decorre, a norma degli art. 2935 e 2947 I comma c.c. non dal giorno in cui il terzo determina le modificazioni causative del danno o dal momento della malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. Tale momento può ben farsi decorrere dal momento in cui viene presentata domanda di indennizzo (Cass. Sez. Un. N. 576/2008).

Peraltro, le Sezioni Unite hanno statuito che il termine di prescrizione possa farsi decorrere dal momento della proposizione della domanda di indennizzo (ex lege n. 210/1992), in quanto appare plausibile che, a partire da quel momento il danneggiato abbia avuto piena percezione della lesione subita, nonché delle possibili conseguenze dannose.

Raccontaci la tua vicenda, scrivendoci nella sezione contatti del sito web: www.avvocatoquartararo.eu l’Avvocato Francesca Paola Quartararo sarà pronta a rispondere a qualsiasi dubbio o perplessità del caso.

 

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