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Landini e lo sciopero permanente: quando la piazza diventa un mestiere e l’Italia si blocca

Maurizio Landini rilancia mobilitazioni nazionali e stop ai trasporti. Ma gli scioperi continui tutelano il lavoro o logorano il Paese?

Landini, lo sciopero permanente. Quando la lotta diventa un mestiere e il Paese paga il conto

Dalla Flotilla a Roma: mobilitazioni a raffica, treni a rischio e piazze annunciate come “la più grande dell’anno”. Ma chi rappresenta davvero il sindacato quando ferma l’Italia?

21 Ottobre 2025 –  In Italia lo sciopero è un diritto. Ma quando diventa strumento permanente, trasformato in rituale politico più che in tutela concreta del lavoro, il conto lo pagano cittadini e imprese. È il caso della CGIL di Maurizio Landini, che rilancia una nuova stagione di stop: il 25 ottobre attese manifestazioni e disagi nei trasporti con treni a rischio, cortei e slogan “tutto in piazza”.

Dal “blocchiamo tutto” al super-corteo

Negli ultimi venti giorni si è vista un’accelerazione: prima lo sciopero generale legato alla vicenda Flotilla, bocciato dal Garante per violazione del preavviso; ora la “giornata più grande dell’anno” annunciata con piazza nazionale a Roma e appelli social (“non andare allo stadio, scendi in piazza”). Risultato prevedibile: treni e trasporti a singhiozzo, pendolari ostaggio, logistica rallentata.

Il punto non è negare la protesta, ma chiedere: quando serve davvero fermare il Paese? Anche perché, sui numeri, restano ombre: percentuali generiche, adesioni non trasparenti, piazze piene ma fabbriche operative. Segnali di campanello d’allarme persino per chi osserva da sinistra.

L’approfondimento – Sciopero-dipendenza e politica mascherata

Qui sta il nodo: la frequenza degli scioperi e la loro natura politica. Quando una confederazione sposta l’asse dall’offerta di soluzioni contrattuali alla mobilitazione permanente, l’effetto smette di essere tutela e diventa logoramento. È una critica posta esplicitamente da ex dirigenti sindacali: «si perde di vista il senso degli scioperi generali, virando sul populismo».

Intanto il governo rivendica continuità su conti e riforme e le altre sigle giocano partite diverse (chi tratta su salari e manovra, chi rincorre la piazza). Lo scontro si politicizza: Salvini attacca (“lo organizza Landini? Lo paghi lui”) e la CGIL ribatte a Meloni dopo il commento sul “weekend lungo”. Non è più sindacato vs impresa, è sindacato vs esecutivo.

Il sospetto che attraversa una fetta del Paese è chiaro: l’agenda degli scioperi assomiglia a un cantiere per la leadership della sinistra più che a una strategia di risultato nelle fabbriche. È una percezione diffusa, alimentata da appelli identitari e alleanze “di piazza” che prescindono dai tavoli negoziali.

L’analisi politica – I costi per chi lavora davvero

Chi paga? Pendolari, operatori della logistica, PMI che consegnano in ritardo. Ogni stop sui trasporti è una tassa occulta sulla produzione e sulla reputazione dell’Italia. Se lo sciopero diventa routine, smette di essere leva negoziale e si riduce a rumore. Anche i dati ballerini sulle adesioni indeboliscono la credibilità di chi guida la protesta.

Non è un derby ideologico. È una questione di responsabilità: il sindacato deve rappresentare i lavoratori senza inchiodare il Paese. L’esecutivo (di centrodestra) ha il dovere di mantenere il binomio crescita–ordine; chi lo avversa ha diritto di critica, ma non di trasformare lo sciopero in un impiego a tempo pieno. Quando l’arma diventa dipendenza, a perdere sono proprio i lavoratori.

L’Italia è uscita da anni difficili grazie ai sacrifici di molti. Che la tutela del lavoro torni nei contratti, nei tavoli, nei risultati. Le piazze servono quando servono. Il resto è paralisi. E la paralisi non crea reddito, non alza i salari, non migliora i servizi: li consuma.

 

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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