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La Sicilia prenda in mano il proprio destino e trovi una via d’uscita alla crisi

La Sicilia deve prendere in mano il proprio destino e trovare una via d’uscita alla crisi che la sta riportando indietro di decenni. E lo può fare con le idee e la determinazione dei siciliani. Il momento storico, economico e sociale che stiamo attraversando ci pone di fronte ad un dilemma che può trasformarsi in una straordinaria opportunità.

Le disparità tra le diverse aree del Paese non sono più superabili con strumenti di natura congiunturale e l’enorme debito pubblico impedirà, almeno per il prossimo trentennio, qualsiasi ipotesi di riequilibrio del divario per eliminare il quale sarebbero necessari una straordinaria convinzione politica, assente tra i partiti, ed un imponente investimento di capitali che appare tuttavia irrealistico per i vincoli di finanza pubblica.

Dobbiamo rassegnarci al drammatico divario infrastrutturale, sociale ed economico o, al contrario, affrontarlo con l’autodeterminazione e lo sviluppo autocentrato, affrancandoci da vincoli finanziari insostenibili? La Sicilia non ha bisogno di elemosine, ma può crescere puntando sulle sue energie. Si tratta di costruire un grande movimento popolare di liberazione delle imponenti risorse umane, culturali e produttive, della Sicilia, che rimuova le zavorre determinate da un insensato centralismo e da un’interpretazione riduttiva dell’Autonomia, perpetrata da gruppi dirigenti sia nazionali, che l’hanno sempre considerata inutile orpello, che locali che l’hanno troppo spesso tradita utilizzandone solo i privilegi e saccheggiandone le risorse.

Abbiamo la responsabilità di cogliere al meglio le opportunità che l’Autonomia offre e che lo Statuto, ottenuto dopo quasi due secoli di battaglie,
attribuisce costituzionalmente. Ma occorre, prima di tutto, assumere la consapevolezza che lo Statuto non è una concessione di autonomia per una regione, è molto di più: rappresenta uno straordinario strumento che consente di attivare in Sicilia l’autogoverno con competenze, risorse e responsabilità. Va da sé che i tentativi più o meno striscianti di abrogarlo, di disapplicarlo o di offrirne un’interpretazione riduttiva in termini unilaterali infrangono le ragioni di convergenza nazionale e legittimano la prospettazione di forme di autodeterminazione del popolo siciliano.

Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro e mentre i giovani più capaci lasciano la nostra terra per trovare un futuro altrove, troppi tra i loro coetanei restano stritolati nella tenaglia della disperazione che li esclude contemporaneamente dal lavoro e dalla formazione. Le imprese sane sono costrette a chiudere schiacciate dall’impossibilità di competere e strette dalla concorrenza sleale dell’impresa criminale, da un costo del denaro più oneroso che nel resto del Paese, dall’impostazione coloniale delle grandi imprese – che continuano a non pagare le tasse in Sicilia – e da infrastrutture inadeguate. Mentre il risparmio dei siciliani alimenta altre parti del Paese ed i ritardi dei pagamenti delle amministrazioni portano al collasso la debole economia isolana. Il nostro territorio è sfruttato e saccheggiato e le sue immense risorse ambientali e artistiche non vengono adeguatamente valorizzate. Ci troviamo di fronte ad una condizione di progressivo degrado che non è più possibile affrontare con le ricette ordinarie ed un uso dell’autonomia a ‘scartamento ridotto’.

Gli impegni assunti dallo Stato con la Sicilia sono stati disattesi quando non hanno coinciso con gli interessi del grande capitale o degli scambi politico-clientelari funzionali agli assetti nazionali; di ieri e di oggi. Se l’Italia non è in grado, come non è, di assicurare la progressiva riduzione del divario attraverso il riconoscimento della fiscalità di vantaggio, del diritto della Sicilia ad incassare l’ingente gettito delle accise sui carburanti e delle prerogative fiscali, mediante un piano di effettiva perequazione infrastrutturale, nonché attraverso la piena ed evolutiva attuazione dello Statuto, a partire dall’Alta Corte, occorre prenderne atto ed avviare il percorso di autodeterminazione della Sicilia. I gruppi dirigenti nazionali che hanno relegato la Sicilia al sottosviluppo, insieme ai loro ascari protagonisti sul territorio, stanno invece portando avanti un attacco deciso all’Autonomia sperando di spegnere, con essa, ogni rivendicazione e far prevalere la tradizionale rassegnazione.

Sappiamo che vi sono stati casi in questi anni nei quali un utilizzo strumentale e superficiale della specialità ha funzionato come ostacolo allo sviluppo, impedendo, da un lato, alle istituzioni regionali di porsi in sintonia con le innovazioni regolative ed amministrative più significative, e, dall’altro, garantendo la diffusione ed il mantenimento di privilegi abbandonati nel resto del Paese. Ma il necessario superamento di questa fase di smarrimento delle prerogative autonomistiche, compresse da crescenti misure di austerità, non può passare per la soppressione della specialità. Dalla crisi si esce soltanto ripensando e rilanciando l’Autonomia in modo responsabile e determinato, con “i conti e le carte in regola” e nuovi gruppi dirigenti regionali, e non certo rinunciandovi. La situazione che la Sicilia deve affrontare impone senso di responsabilità, passione politica, visione, competenza e forti capacità tecniche per poter esigere interventi di perequazione e di fiscalità compensativa, investimenti infrastrutturali e tutela dell’insularità. Strumenti che possono dare un senso alla coesione nazionale e senza i quali essa perde ogni ragion d’essere.

Non si tratta di teorizzare un neo-separatismo ispirato a tempi, contesti e modelli sociali che ormai non esistono più. Si tratta, invece, di prendere atto di una situazione economica e sociale che non può invertire la rotta senza strumenti straordinari che sono compatibili soltanto con forme ampie di autodeterminazione all’interno di un’Europa unita che rappresenti sempre più le Regioni ed i territori. Di fronte al fallimento dell’Europa degli Stati e delle politiche di austerità che hanno provocato la recrudescenza della crisi economica, aumentando diseguaglianze, disoccupazione e povertà, occorre puntare all’Europa delle Regioni, dei cittadini, dei territori; ed in questo senso vanno i forti segnali che provengono da Scozia e Catalogna. I profondi mutamenti degli scenari istituzionali ed economici del Mediterraneo, le opportunità ed i vincoli scaturenti dal rafforzamento dell’integrazione europea, l’aggravarsi della condizione di divario economico-sociale rispetto al nord del Paese e del Continente, impongono una concezione moderna e rinnovata dell’autonomia, che punti, con responsabilità e competenza, alla modernizzazione delle istituzioni regionali, all’autonomia fiscale per attrarre investimenti produttivi esterni all’area.

Per questo occorre costruire un nuovo movimento che unisca i siciliani nell’impegno per forme avanzate di autogoverno. Un movimento che metta insieme siciliani dei più diversi orientamenti politici ed ideali, con il solo obiettivo di ridare alla nostra terra la possibilità di raggiungere i livelli economici e sociali dei territori del Nord Italia e dell’Europa. Un movimento che abbia quale pregiudiziale la lotta alla mafia, che ha sfruttato, traendone profitti illeciti, il peso del sottosviluppo ed il bisogno di lavoro, per schiacciare le speranze dei siciliani onesti, e la trasparenza nell’amministrazione e punti al governo aperto.

E’ con questo spirito e con l’obiettivo di costruire in tempi rapidi un movimento che rappresenti la maggior parte del popolo siciliano che rivolgiamo un appello a tutte le energie, le passioni, le culture della nostra terra affinché sappiano rispondere, con orgoglio, alla sfida del rilancio ed al rafforzamento dell’Autonomia.

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