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La biennale delle donne e delle favole

di Daniela Brignone

La biennale delle donne e delle favole

 

E’ stata da poco inaugurata la 59ma Biennale d’arte di Venezia curata da Cecilia Alemani dal titolo “Il latte dei sogni”, tratto dall’omonima raccolta di racconti che l’artista inglese Leonora Carrington scrisse e illustrò per i figli. Un’impronta surrealista, ai cui ideali la giovane e ribelle Carrington aderì dal 1937, pervade gran parte dell’esposizione attraverso le opere di 213 artisti provenienti da 58 Paesi, dei quali 191 donne. Una scelta che privilegia le questioni legate ai temi femminili che però non mostra un uniforme livello di eccellenza.

Quel che è certo è che la mostra ingloba storie di popoli che si riflettono nella vita del singolo individuo, sviluppate in contesti difficili, politicamente e socialmente, collegate a forme di degrado, di sfruttamento, di violenze che affondano le radici nella cultura locale, in ritualità ancestrali, in condizionamenti di altre epoche, o di una contemporaneità problematica, che minano le basi di un’esistenza pacifica. I riferimenti ai trascorsi della Carrington, ribelle e “anormale” per i canoni dell’epoca, ricoverata dai familiari in una struttura psichiatrica, sono presenti nell’universo onirico che molti artisti presenti raffigurano nelle loro opere; un modo per superare le avversità e rifugiarsi idealmente nella fantasia. La presenza di opere di Unica Zorn, la cui arte traduceva i mostri che obnubilavano la sua mente, accompagnati da versi poetici, e di Louis Marcussen, in arte Ovartaci, vittima del suo tempo in cui i transgender erano considerati malati mentali, autrice di creature spilungone dai volti animali, in cui il superamento della condizione di recluse contro la propria volontà diventa un’utopia, accomuna la loro storia a quella personale della Carrington. Al contrario di quest’ultima, però, provocatoria e adusa a comportamenti sconvenienti, gli artisti in mostra sono vittime di una mentalità o di una politica sconsiderata e denunciano un sistema.

La biennale delle donne e delle favole

 

Sentimenti che la cilena Cecilia Vicuña, vincitrice del Leone d’oro alla carriera, manifesta apertamente denunciando la condizione delle popolazioni indigene americane e della donna, “fastidiosa”, “vergine puttana” o protettrice delle donne traviate, o quella dei giovani contadini reclutati dalla polizia di Bogotà per reprimere le manifestazioni dei lavoratori, e che contengono un anelito, un desiderio di normalità e di pace che trova un compimento nello sguardo della madre dell’artista, emblema dello sguardo di tutte le madri, saggio e amorevole, capace di superare tutte le avversità. E’ infatti lo sguardo di “Bendigame Mamita” ad essere scelto per la comunicazione della rassegna, perché solleciti la riflessione per superare l’odio, la diversità e le avversità.

Il latte dei sogni dell’artista inglese richiama già dal titolo il mondo dell’infanzia, popolato da mostri e fatine, magie e fantasia e si connette alle tante storie popolate da mostri, corpi che oscillano tra una dimensione umana e una animale che si muovono attraverso le vite , immagini metaforiche protagoniste di racconti spesso crudeli. Le tante storie di ogni parte del mondo che nella maggior parte dei casi non sono oggetto di un’evoluzione positiva e che, attraverso le opere, emergono prepotentemente, rendendo evidenti condizioni instabili, talvolta traumatiche.  La mostra è introdotta da un elefante circondato da specchi di Katharina Fritsch, anch’essa vincitrice del Leone d’oro alla carriera, che troneggia sotto la cupola di Galileo Chini; animale imponente associato alla riflessione e alla saggezza, organizzato secondo un sistema matriarcale.

La commistione tra i movimenti artistici del Novecento, espressi all’interno di “capsule tematiche”, e la contemporaneità, enfatizza una persistenza di motivi nella storia. La sezione intitolata “Corpo orbita”, che si rifà ai contenuti della mostra “Materializzazione del linguaggio”, curata nel 1978 dall’artista Mirella Bentivoglio, esamina il rapporto tra arte visiva e testuale in cui quest’ultima diventa strumento di emancipazione attraverso pratiche corporee e spirituali che traducono visioni e sogni trasmessi da entità spirituali. La mostra della Bentivoglio, che vide la presenza di un “ghetto rosa”, come fu definita da un critico, connotato dalla presenza di un nucleo di 80 artiste, si correla alla scelta dell’Alemani di una corposa presenza femminile.

La biennale delle donne e delle favole

Pur essendo attenta alle vicende economiche, politiche e sociali contemporanee, la biennale del 2022 riunisce le storie di tutti i tempi che nei diversi continenti rivelano condizioni ataviche stabilizzate, impossibili da sradicare. I sistemi dei governi coloniali, schiavistici e razzisti, volti allo sfruttamento dei lavoratori neri, diventano oggetto di accese polemiche da parte di Gabrielle L’Hirondelle Hill e di Frantz Zephirin, quest’ultimo originario di Haiti che, nel rappresentare il degrado e le condizioni di lavoro, paragona gli uomini agli animali. A questo tema fa riferimento l’imponente “Brick House” di Simon Leigh, per la quale l’artista ha ricevuto il Leone d’oro, che incombe e si staglia al centro di una grande sala come presenza silenziosa e ingombrante, quantunque forte e solida come una casa di mattoni.

Ampio spazio è, infatti, dato alle donne, emanatrice di vita, soggiogate dalla violenza di una cultura ancestrale, sensuali o, ancora, esaltate come divinità. Oggetti di piacere in Sidsel Meineche Hansen o sacralizzate nella maternità, in alcuni casi sono equiparate a “contenitori” di vita (Bridget Tichenor) e di passioni, ricettacoli di storie o convertite nelle forme di un corpo-conchiglia, simbolo di fecondità e dispensatore di energia propizia dalle virtù magiche (Maruja Mallo). Il contenitore diventa il tema di una sezione nella quale “una foglia, una zucca, un guscio, una rete, una borsa, una tracolla, una bisaccia, una bottiglia, una pentola, una scatola, un contenitore” – è questo l’incredibile titolo – sintetizzano i diversi significati attribuiti ad esso e a ciò che racchiudono, tra il reale e il fantastico, connessi alla spiritualità, alla vita della specie umana, alle storie dei tanti popoli: i vasi in ceramica di Toshiko Takaezu, i modelli del corpo femminile di Aletta Jacobs, creati per istruire le donne, le ciotole per le offerte negli stupa di Pinaree Sanpitak, legati ad una cultura rituale orientale, o i forni di comunità, grandi contenitori di argilla che assumono sembianze antropomorfiche quale metafora di accoglienza e di nutrimento, oltre che di visione collaborativa tra le comunità (Gabriel Chaile). Su tutti, l’opera imponente di Niki de Saint-Phalle, dai colori sgargianti e dalle forme esuberanti, enfatizzate dal ventre rigonfio della gravidanza, sul quale è disegnato un bersaglio che diventa l’emblema di una catarsi, di una emancipazione da stereotipi connessi al ruolo della donna.

La biennale delle donne e delle favole

All’operosità femminile è associato il lavoro di tessitura. Safia Farhat, grande interprete tunisina e attivista a favore dei diritti delle donne, rende omaggio alle tradizioni e alla cultura del suo Paese. Allo stesso modo, Britta Marakatt-Labba propone i lavori artigianali che traggono ispirazione dalle consuetudini e dai simbolismi della comunità nomade scandinava dei Sami, tradotti in scene di vita quotidiana e legate alla natura con la quale vivono in simbiosi. Narrazioni talvolta surreali e macabre che attingono al ricco patrimonio indigeno cultuale e simbolico. In Tau Lewis i tessuti assemblati con materiali di scarto, che compongono enormi maschere ispirate a quelle rituali del popolo Yoruba, assumono valenze apotropaiche diventando talismani, intrisi di quella mistica esoterica che allontana gli spiriti malvagi, entità potenti e invisibili provenienti dall’aldilà.

 

Tra le capsule tematiche, “La seduzione del cyborg” è un’esplorazione che va oltre la distinzione tra uomo, animale e macchina, creando qualcosa di ibrido, a metà tra il reale e l’onirico, che trae ispirazione dal pensiero della filosofa statunitense Donna Haraway e che nel tempo ha generato sperimentazioni minando l’identità del conosciuto attraverso nuovi intrecci imprevedibili e creando nuove categorizzazioni. Le marionette della dadaista Sophie Taeuber-Arp, le danzatrici espressioniste di Lavinia Schulz e di Walter Holdt, la sintesi tra corpo umano e robot di Karla Grosch o, ancora, le sculture metalliche di Regina Cassolo Bracchi, unica scultrice futurista donna, traggono ispirazione dal mondo del teatro per le pose e per i costumi o, nel caso di Alexandra Exter, autrice dei costumi del film di fantascienza russo Aelita (1924), dal cinema. Si tratta di combinazione di oggetti o di parti di essi e di materiali di varia tipologia che compongono un universo di colori e di forme fantastiche convertite in visioni surreali di condizioni di tutti i tempi, di contrapposizioni sociali e di conflitti che nei disegni di Kiki Kogelnik assumono un carattere anonimo e straniante e che in Anna Coleman Ladd diventano storia: dalla sperimentazione tecnica dei materiali nascono protesi facciali, impianti integrativi che ricostruivano i volti deformati dagli ordigni della I guerra mondiale. Ricerche inquietanti come, nella contemporaneità, lo è quella della veneziana Chiara Enzo che sulla tela traccia i confini della percezione del corpo umano in cui risaltano fisicità notevolmente ingrandite e irriconoscibili che diventano uno schermo o un punto di contatto con il mondo.

La biennale delle donne e delle favole

Vivendo in un mondo di convenzioni, in una realtà familiare opprimente e formale, Leonora Carrington trovò una via di fuga nel diverso, in un modo di pensare e di vedere che travalicava le norme, puntando sul fantastico, nel surreale, nello stravagante, nel mondo della fanciullezza solcato da visioni di armonia e di bellezza, in quell’etica ed estetica surrealista che richiamava il mondo senza confini dell’infanzia e che tanto affascinò l’artista. Allo stesso modo, l’esposizione dell’Alemani, anche se non in modo particolarmente evidente, attinge alla storia per coglierne i possibili positivi mutamenti, creare nuove comunioni e riflessioni che trascendono le brutture e i soprusi, preservando la memoria di ciò che è l’anima di ogni terra.30

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