Netanyahu lancia il messaggio agli iraniani, Trump fissa le condizioni: “I raid finiscono solo con la pace”
Mentre Teheran promette vendetta e i pasdaran minacciano un'offensiva feroce, Washington e Tel Aviv dettano l'agenda

AGGIORNAMENTI MEDIO ORIENTE
Khamenei è morto: Iran in guerra, chiuso lo stretto di Hormuz
Esplosioni a Dubai e Tel Aviv, assalto al consolato Usa a Karachi, Hezbollah entra in campo. Trump avverte i pasdaran: “Meglio che non lo facciano”. Netanyahu parla direttamente agli iraniani.
Il Medio Oriente brucia. La morte di Ali Khamenei, confermata ufficialmente da Teheran, ha innescato una crisi senza precedenti che in poche ore ha travolto capitali, stretti strategici e alleanze regionali. Quello che si temeva da anni si è materializzato nel giro di una notte: un attacco su larga scala statunitense-israeliano contro l’Iran ha eliminato la Guida Suprema della Repubblica Islamica, e ora il mondo trattiene il respiro.
Lo stretto di Hormuz chiuso, esplosioni a Dubai e Tel Aviv
Lo stretto di Hormuz è stato chiuso, colpendo direttamente le forniture globali di petrolio. Nel frattempo, esplosioni hanno scosso Dubai e Tel Aviv, con morti e feriti ancora da quantificare con precisione. A Karachi, almeno 8 persone sono morte nel tentato assalto al consolato americano, un segnale che il conflitto non resterà confinato ai confini iraniani.
I pasdaran minacciano, Trump risponde
Le Guardie della Rivoluzione hanno lanciato minacce di «offensiva feroce» contro chi ha colpito la Repubblica Islamica. La risposta di Donald Trump non si è fatta attendere: “Meglio che non lo facciano” ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo che “ci sono alcuni buoni candidati per guidare l’Iran” e che i raid continueranno “fino alla pace nella regione”.
Putin si ferma: “Khamenei era un eminente statista”
Mentre Washington e Tel Aviv spingono sull’acceleratore, Mosca sceglie un registro completamente diverso. Il presidente russo Vladimir Putin ha fatto pervenire le proprie condoglianze, definendo Ali Khamenei “un eminente statista”. Un messaggio breve ma politicamente pesante: la Russia prende le distanze dall’operazione militare e segnala al mondo di stare dalla parte di Teheran sul piano diplomatico. Un posizionamento che complica ulteriormente lo scenario internazionale e che potrebbe avere riflessi diretti sul Consiglio di Sicurezza dell’Onu nelle prossime ore.
Pezeshkian: “Vendicarsi è un dovere”
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato alla televisione di Stato con parole durissime. «L’assassinio della più alta autorità politica della Repubblica Islamica equivale a una dichiarazione di guerra aperta contro i musulmani e contro gli sciiti di tutto il mondo», ha affermato. «La Repubblica Islamica considera un dovere e un diritto legittimo vendicare coloro che hanno commesso o ordinato questo crimine storico», ha concluso, promettendo che Teheran «farà tutto il possibile per assumersi questa grande responsabilità».
Hezbollah rompe il silenzio
Dopo ore di silenzio dall’inizio dell’operazione militare, Hezbollah ha rotto gli indugi. Il leader del movimento libanese Naim Qassem ha rilasciato una dichiarazione ufficiale: “Adempiremo al nostro dovere contrastando l’aggressione statunitense-israeliana che ha ucciso la Guida Suprema”. “Qualunque siano i sacrifici, non abbandoneremo la via della resistenza” ha aggiunto Qassem, aprendo concretamente la prospettiva di un allargamento del conflitto al fronte libanese.
Netanyahu agli iraniani: “Scendete in piazza a milioni”
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha diffuso un videomessaggio direttamente in lingua farsi, rivolto alla popolazione iraniana. L’appello è esplicito: scendere in piazza in massa. Un gesto che suona insieme come provocazione verso il regime e come tentativo di accelerare una transizione politica dall’interno.
La regione è sull’orlo di uno scontro totale. Ogni mossa dei prossimi giorni, dai movimenti dei pasdaran alle decisioni di Hezbollah, dalla reazione dei mercati petroliferi alle posizioni di Russia e Cina, potrebbe determinare se questo conflitto resta una guerra regionale o diventa qualcosa di molto più grande. Il mondo osserva. E aspetta.



