Italia impantanata nel passato: svecchiare non basta
Il ddl Casellati cancella 30.000 leggi obsolete, ma il vero nodo resta un sistema normativo bloccato e incapace di guardare avanti

Il Senato approva il ddl Casellati: abrogate 30.000 leggi obsolete
Una riforma simbolica che sfoltisce il diritto italiano. Ma quanto serve davvero a innovare il Paese?
15 aprile 2025 – Un voto favorevole e trasversale ha dato il via libera in Senato al disegno di legge Casellati per l’abrogazione di 30.000 atti normativi risalenti a prima del 1946. Una pulizia simbolica che fa notizia, ma che non basta.
L’Italia ha detto addio a migliaia di leggi risalenti al Regno, al fascismo e ai primi anni dell’Italia unita. Il Senato ha approvato il ddl Casellati con l’obiettivo di “semplificare” e “alleggerire” il corpus normativo nazionale. Si tratta di decreti regi, leggi del ventennio e atti ormai inutilizzati, che sopravvivevano nei codici più per inerzia che per reale applicazione.
Una sforbiciata storica, che secondo la ministra per le Riforme e la Semplificazione normativa porterà alla cancellazione del 28% delle leggi ancora formalmente in vigore. Ma molti giuristi fanno notare che erano testi già “morti”, cioè non più applicabili, e che quindi l’impatto pratico sarà modesto.
La misura ha un valore culturale e simbolico: spezzare il legame con un passato giuridico ormai anacronistico. Ma se la semplificazione normativa resta confinata a interventi cosmetici, il sistema legislativo italiano continuerà a essere ingessato da stratificazioni, burocrazie, codici confusi e riforme mai completate.
Il vero nodo resta la produzione continua di norme incoerenti, la mancanza di codificazioni aggiornate e una lentezza strutturale che penalizza cittadini, imprese e investitori. In questo senso, l’operazione Casellati può essere letta come l’inizio di un processo più ampio, che andrebbe però spinto con coraggio e visione sistemica.
Un Paese fermo perché non si rinnova
L’Italia resta uno dei Paesi più lenti e farraginosi nel prendere decisioni normative incisive. L’apparato legislativo si è trasformato in un groviglio di testi sovrapposti, modificati, integrati e talvolta contraddittori. Ogni governo aggiunge strati, raramente ne rimuove. Le leggi si accumulano, si sovrappongono, si annullano a vicenda, lasciando cittadini e imprese in un labirinto interpretativo.
Nel tempo, norme nate in contesti storici e sociali ormai superati sono rimaste formalmente in vigore, diventando zavorre per un Paese che fatica a decidere, ad agire, a innovare. La cancellazione di queste norme inutili dovrebbe essere una prassi continua, non un evento eccezionale celebrato come riforma. È il segnale, invece, di un Paese che si muove solo quando il paradosso diventa palese. Quando il passato, anziché essere tradizione, diventa ostacolo.
Il ddl Casellati è un gesto di ordine, utile e necessario. Ma è ancora un’operazione di superficie, un riordino simbolico. Serve ora un gesto di coraggio: una riforma profonda del diritto e della macchina legislativa, che vada oltre l’eliminazione dell’inutile per restituire coerenza, chiarezza e velocità al sistema normativo.
Svecchiare non è solo una questione di archivi polverosi o codici ingialliti. È una scelta politica, culturale e civile. È la volontà di rompere il ciclo dell’autoconservazione normativa, di dire che il diritto non è un museo, ma uno strumento vivo che deve servire ai bisogni del presente. Il passato ha valore se diventa esperienza, non se resta vincolo.
Finché l’Italia continuerà a mantenere in vita norme morte, a rinviare le grandi riforme strutturali per paura di perdere consensi o equilibri interni, resterà bloccata su sé stessa. Solo liberandoci davvero dal passato possiamo guardare al futuro con strumenti adeguati. E costruire un Paese che legifera per vivere, non per sopravvivere.



