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Isis. Contatti anche telematici fra arabi che vivono in Sicilia e gruppi militari in Libia

E intanto ieri alla Camera nel decreto antiterrorismo è stato inserito un emendamento voluto dal ministro Alfano che porterebbe ad intercettazioni preventive delle comunicazioni via web, con programmi per acquisire da remoto le comunicazioni sui social network.

foto archivio

Che dietro ai viaggi della speranza dei migranti potessero esserci gli uomini della Jihad c’erano molti sospetti, ma ancora poche certezze. Dubbi per altro avanzati anche dal direttore dell’agenzia europea Frontex, Fabrice Leggeri, che in un’intervista rilasciata lo scorso 6 marzo a Tgcom 24 aveva dichiarato: “Abbiamo prove che i migranti sono stati forzati a salire sulle imbarcazioni con le armi. Non ho niente per dire se fossero terroristi. C’è preoccupazione tra gli Stati, perché se questo non accade ora potrebbe accadere in futuro”.

Eppure già un segnale di un probabile nesso fra i trafficanti di uomini e le milizie del Califfato c’era stato quando il 15 febbraio scorso, a largo delle coste libiche, quattro persone a bordo di un gommone armate di kalashnikov fecero fuoco contro una motovedetta della Guardia costiera, che stava prestando soccorso a duecento migranti stipati su un barcone. L’obiettivo era quello di recuperare il gommone una volta svuotato. I nostri uomini non risposero al fuoco per garantire la sicurezza dei disperati che cercavano di raggiungere la Sicilia. Ora l’intelligence ha trovato dei collegamenti fra chi ha sparato e gruppi paramilitari libici.

Rimane comunque difficile avere certezze, ma l’ombra dell’Isis aleggia pesante. I gruppi armati finanziano la guerra contro l’Occidente, anche attraverso i traffici di essere umani. Un vero business per loro, visto che le microspie hanno captato che con un solo viaggio i trafficanti guadagnano fino ad un milione di euro. Ci sono dei contatti frequenti, anche via telematica, fra alcuni arabi che vivono in Sicilia e altri che in Libia sono stati reclutati dai gruppi armati, dove i terroristi arruolano i guerriglieri.

Il timore che l’Isis possa infiltrarsi e giungere nel nostro territorio, gli arresti di ieri a Brescia di tre uomini accusati di reclutamento con finalità di terrorismo e apologia di delitti di terrorismo aggravata dall’uso di internet, ha messo in allarme Roma.

E giusto ieri alla Camera si discuteva la conversione in legge del decreto anti terrorismo che dovrebbe inasprire le sanzioni per chi si macchia di questo reato. Ma come riporta Il Fatto quotidiano oggi, “all’articolo 266-bis comma 1 del codice di procedura penale, che consente le intercettazioni informatiche, il ministro dell’Interno ha aggiunto le seguenti parole: “Anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico”.

In buona sostanza, “lo Stato potrà – scrive ancora il giornale diretto da Marco Travaglio – attraverso dei trojan (software denominati “captatori occulti”) inserirsi in un computer, in un tablet, in uno smartphone e acquisire, senza alcun controllo, tutti i dati contenuti in quel dispositivo”.

Una possibilità che il deputato di Scelta civica ed esperto di internet, Stefano Quintarelli, vorrebbe limitare ai reati di terrorismo. Ed è per questo che stamani, il deputato ha depositato due proposte di modifica: una riguarda l’abrogazione del comma, la seconda invita a chiarire che il motivo dell’intervento deve essere limitato solo ai reati di terrorismo.

Pure il Garante della privacy aveva manifestato qualche perplessità in merito, perché gli emendamenti alla legge antiterrorismo approvati in commissione vanno nella direzione opposta al principio di proporzionalità. Un principio che esige un attento equilibrio tra il tipo di reato, le esigenze investigative, il tipo di dati e il mezzo di comunicazione utilizzato.

Marina Pupella

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