Iran, il silenzio dei buonisti: quando l’ipocrisia diventa sistema
Mentre il regime reprime donne e civili, le piazze italiane tacciono. Fino a che punto può spingersi l’assolutismo rosso?

Iran, il silenzio dei “buoni”: l’ipocrisia delle piazze selettive
Mentre il regime iraniano reprime civili e donne, la sinistra italiana e i professionisti della protesta scelgono di tacere
11 gennaio 2026 — C’è un silenzio che pesa più di mille slogan. È quello delle piazze italiane che per anni hanno gridato contro il patriarcato, l’Occidente, i governi democratici e la presunta repressione. Oggi, davanti a una repressione reale, brutale e documentata, quel silenzio diventa una responsabilità politica.
In Iran, mentre il regime colpisce civili, donne, studenti e lavoratori che chiedono libertà, pane e futuro, i professionisti della protesta sembrano scomparsi. Niente cortei, niente appelli, nessuna indignazione organizzata.
La repressione che non fa notizia
La crisi iraniana non è un fatto episodico. È una rivolta sociale profonda, alimentata da povertà, repressione, mancanza di diritti e libertà negate. Le forze di sicurezza rispondono con arresti, violenze e oscuramento di Internet per impedire che il mondo veda ciò che accade.
È la strategia classica dei regimi autoritari: spegnere prima la voce, poi la speranza.
I grandi assenti della protesta permanente
Dove sono oggi i leader delle piazze italiane? Dove sono coloro che ogni settimana scendono in strada contro il governo, ma non trovano una parola per un popolo che chiede libertà?
Dov’è Maurizio Landini con la CGIL, sempre pronta allo sciopero politico permanente? Dove sono Elly Schlein, Laura Boldrini, i Verdi, la signora Albanese, il Movimento 5 Stelle, i pro amas, i gruppi LGBT?
E dove sono le femministe militanti che per anni hanno dipinto l’Italia come un inferno patriarcale, mentre oggi tacciono davanti a donne picchiate, arrestate e uccise da un regime teocratico?
Il patriarcato vero viene ignorato
In Iran il patriarcato non è una categoria sociologica o uno slogan. È legge, è polizia, è carcere. È violenza di Stato.
Eppure, proprio qui, le voci che si autoproclamano paladine dei diritti delle donne diventano improvvisamente prudenti, sfumate, silenziose.
La ragione è evidente: il regime iraniano è nemico dell’Occidente. E allora la repressione diventa “complessa”, le vittime diventano invisibili, la libertà negoziabile.
L’ipocrisia elevata a sistema
Questa non è neutralità. Non è pacifismo. Non è equilibrio diplomatico.
È ipocrisia politica e morale strutturata, consolidata nel tempo fino a diventare una vera e propria strategia di potere: difendere qualunque causa, assolvere qualunque regime, giustificare qualunque violenza, purché tutto sia funzionale a colpire l’Occidente e le democrazie liberali. È la politica dell’indignazione selettiva, dove i diritti umani valgono solo se trasformabili in arma ideologica.
La Repubblica islamica iraniana finanzia il terrorismo, reprime sistematicamente il dissenso, colpisce i civili, perseguita le donne e manifesta un odio dichiarato verso i valori occidentali. Eppure, quando a morire sono giovani iraniani, donne iraniane, studenti iraniani, le piazze dei “finti buoni” italiani scelgono il silenzio. Un silenzio che non nasce dalla prudenza, ma dalla convenienza politica.
In Italia esistono ormai piazze a geometria variabile: si protesta solo quando conviene ideologicamente, si tace quando la realtà smentisce la narrazione. Prima Hamas raccontata come “resistenza” e mascherata dietro presunti aiuti umanitari. Poi le flottiglie mediatiche trasformate in spettacolo morale. Poi le dichiarazioni di Albanese, elevate a dogma dalle sinistre radicali. Poi Maduro, definito senza imbarazzo “eletto democraticamente”, mentre reprime opposizione, stampa e libertà fondamentali.
Non si tratta più di ingenuità, né di errore di valutazione. Qui siamo di fronte a un collasso culturale profondo, a una deriva ideologica che assolve regimi autoritari, violenze e dittature purché risultino utili alla narrazione antioccidentale. Una visione incapace di distinguere tra libertà e oppressione, tra democrazia e tirannide, tra diritti reali e propaganda.
Non si riesce più a comprendere fino a quale livello stia scendendo l’ideologia politica di certa sinistra e dei suoi satelliti. Ma una cosa appare ormai evidente: c’è da avere paura. Perché questa impostazione non è solo incoerente. È pericolosa. È dannosa per l’Europa e per l’Italia. Erode i principi democratici mentre pretende di difenderli, legittima l’oppressione mentre proclama diritti, trasforma la morale in strumento di dominio.
Questo silenzio non è distrazione. È una scelta. Ed è una scelta profondamente vergognosa.
La domanda, allora, non è più dove siano finiti i “buoni”. La vera domanda è: fino a che punto l’assolutismo rosso è disposto a spingersi prima di dichiararsi apertamente nemico della libertà?


