‘Io tra di noi’, il ‘Rimmel’ di Dente

foto da trantran.net

Ci sono artisti che rimangono fedeli alla loro identità, si rendono riconoscibili, creano un sound che li rende riconoscibili. Questo è un pregio, ma per alcuni può diventare un limite, può impedire la sperimentazione e l’evoluzione che in ogni forma artistica è vitale.

Giuseppe Peveri, in arte Dente, sicuramente non appartiene a questa schiera di artisti e il suo quarto disco lo dimostra. Si riconosce a fatica l’artista di “Non c’è due senza te”, suo secondo album, nelle pieghe e nelle mille sfaccettature di questo suo nuovo lavoro, a fatica diresti che sono frutto dello stesso genio compositivo.

Certo, lo stile è quello, pochi dubbi, ma il Dente degli spunti su chitarrina ha lasciato spazio a un autore che conosce il pop come le sue tasche e sa giocare con i vestiti da dare alle proprie canzoni. E poi i testi. Che Dente sappia scrivere grandi canzoni d’amore non è una novità, ma la capacità di mettere insieme strofe e ritornelli è ormai arrivata a un livello assoluto.

Stesso discorso per i giochi di parole, altro marchio di fabbrica. Anche il divertirsi con la fonetica, però, ha raggiunto un livello più alto, che sconfina nell’enigma: “Cuore di pietra” è un rebus minerale senza immagini e “Settimana enigmatica” ha l’aria di un gioco per solutori più che abili, che invita ad ascoltare e riascoltare per cercare di capire di più di quel ritornello. Per tutto questo e per la capacità di legare ogni elemento nel modo giusto, “Io tra di noi” è uno dei migliori dischi pop fatti in Italia. È compiuto ed è completo. Se dobbiamo far valere ancora il parallelo conDe Gregori lanciato nel primo disco, “Io tra di noi” è il “Rimmel” di Dente. Ma non c’è solo De Gregori, c’è Ivan Grazianie soprattutto c’è Lucio Battisti, dallo stesso Dente più volte indicato come maestro e modello.  Ascoltare Dente è un po’ come ripercorrere la storia della musica pop-cantautoriale italiana, gusto retrò, ma ironia e sound assolutamente “2.0”.

Fabio Butera

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