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Giovani violenti, società fragile e Stato debole: il tempo degli alibi è finito

Aggressioni, baby gang e violenza giovanile: un’analisi sul disagio sociale, la perdita dell’autorità e la necessità di uno Stato più presente.

Non bastano più le giustificazioni sul disagio sociale. Serve una risposta educativa, culturale e istituzionale capace di restituire sicurezza ai cittadini e responsabilità a chi sceglie la violenza.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato profondamente nelle nostre città. Non si tratta soltanto di episodi isolati di microcriminalità o di semplici “ragazzate”, come qualcuno continua ancora superficialmente a definirle. Siamo davanti a un fenomeno molto più complesso, duro e preoccupante: gruppi di minorenni che agiscono con modalità sempre più aggressive, spregiudicate e violente, spesso senza alcun timore delle conseguenze.

La sensazione diffusa tra i cittadini è chiara: lo Stato, agli occhi di molti giovani violenti, non fa più paura.

E questa percezione non nasce dal nulla. Nasce dalle aggressioni nei centri storici, dalle baby gang che colpiscono per divertimento, dai pestaggi filmati con i cellulari, dalle rapine compiute quasi come fossero prove di coraggio da esibire sui social, dagli atti di vandalismo contro autobus, scuole, negozi e perfino contro le Forze dell’Ordine.

In molte città italiane — e Palermo non fa eccezione — il clima sociale è cambiato. Chi vive quotidianamente alcuni quartieri percepisce una crescente insicurezza. Non solo di notte. Anche di giorno. Famiglie, anziani, commercianti e giovani perbene iniziano a convivere con la paura di trovarsi davanti gruppi senza freni, spesso pronti ad attaccare per uno sguardo, per un rimprovero o semplicemente per noia.

Non sono più le “ragazzate” di una volta

Per troppo tempo una parte della politica, del dibattito pubblico e persino di certa narrazione culturale ha continuato a leggere questi fenomeni quasi esclusivamente attraverso il filtro del disagio sociale. Povertà, periferie difficili, famiglie fragili, dispersione scolastica: problemi reali, seri, che esistono e che meritano attenzione.

Ma oggi questa spiegazione da sola non basta più.

Perché il rischio è trasformare ogni forma di violenza in una giustificazione automatica. E questo è un errore enorme.

La povertà non può diventare un lasciapassare morale per l’illegalità. Milioni di persone hanno vissuto e vivono condizioni economiche difficili senza trasformarsi in criminali. Intere generazioni sono cresciute in quartieri poveri con dignità, sacrificio e rispetto degli altri.

Oggi invece si è diffusa una cultura distorta dove alcuni giovani sembrano convinti che tutto sia dovuto: soldi facili, vestiti firmati, scooter, cellulari costosi, visibilità social, dominio sul territorio. E quando la realtà non corrisponde ai desideri immediati, scatta la rabbia, la violenza, l’aggressione.

Non è solo disagio economico. È spesso un vuoto educativo, culturale e valoriale.

La perdita dell’autorità

Uno degli aspetti più evidenti è la perdita progressiva del rispetto verso ogni forma di autorità.

Molti di questi ragazzi non temono più né la famiglia, né la scuola, né lo Stato. Sfuggono ai controlli, provocano le Forze dell’Ordine, ridono durante le aggressioni, filmano le violenze e le condividono online come fossero trofei.

Il problema non è soltanto giudiziario. È culturale.

Per anni si è diffusa l’idea che ogni regola fosse oppressiva, che ogni limite fosse un trauma, che ogni richiamo educativo rischiasse di essere interpretato come repressione. In questo clima si è progressivamente indebolita l’autorevolezza degli adulti: genitori, insegnanti, istituzioni.

E quando una società perde il senso del limite, cresce inevitabilmente il caos.

Il ruolo dei social e della violenza spettacolarizzata

Esiste poi un altro elemento che non può essere ignorato: il ruolo devastante dei social network nella costruzione dell’identità giovanile.

Molti adolescenti vivono immersi in una cultura dell’apparenza permanente. Conta mostrarsi forti, dominanti, aggressivi. Conta ottenere visualizzazioni, consenso del gruppo, riconoscimento immediato.

La violenza diventa spettacolo.

Alcuni episodi sembrano nascere quasi per essere filmati: pestaggi, umiliazioni, inseguimenti, atti vandalici. Il dolore degli altri si trasforma in contenuto. L’empatia si riduce. La vittima diventa un oggetto da esibire.

Questo produce un cortocircuito gravissimo: giovani sempre più emotivamente anestetizzati e incapaci di percepire il peso reale delle proprie azioni.

Non esistono solo italiani o stranieri: esiste il problema della violenza

Ridurre tutto a uno scontro etnico sarebbe superficiale e sbagliato.

Dentro questi fenomeni convivono ragazzi italiani, giovani stranieri di seconda o terza generazione, adolescenti perfettamente integrati linguisticamente e socialmente ma spesso cresciuti dentro modelli culturali fragili, privi di riferimenti solidi e immersi in contesti dove la forza conta più del rispetto.

Il problema non è la provenienza geografica. Il problema è la violenza.

Ed è importante dirlo con chiarezza per evitare sia le semplificazioni ideologiche sia le ipocrisie. Negare il fenomeno per paura di apparire “duri” significa lasciare soli i cittadini e perfino tanti immigrati onesti che per primi subiscono il degrado delle periferie.

Lo Stato deve tornare presente

La risposta non può essere soltanto repressiva, ma non può nemmeno essere soltanto sociologica.

Servono certamente investimenti nella scuola, nello sport, nei servizi sociali, nei centri culturali, nelle opportunità educative. Serve recuperare il ruolo della famiglia e costruire percorsi seri di prevenzione.

Ma serve anche una presenza concreta dello Stato.

Chi aggredisce deve sapere che esistono conseguenze vere. Chi distrugge deve rispondere dei danni. Chi usa la violenza deve comprendere immediatamente il peso delle proprie azioni.

Perché l’assenza di conseguenze alimenta il senso di impunità.

Ed è proprio questo senso di impunità che oggi rende alcune baby gang così pericolose: la convinzione di poter fare tutto senza pagare nulla.

Una società che deve scegliere

La questione ormai riguarda tutti. Non solo magistrati, polizia o assistenti sociali. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire.

Una società incapace di difendere le persone perbene è destinata a diventare sempre più fragile. E quando la paura entra stabilmente nella vita quotidiana, si rompe il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Non servono slogan ideologici. Serve equilibrio. Umanità, ma anche fermezza. Inclusione, ma anche responsabilità. Diritti, ma anche doveri.

Perché continuare a minimizzare o giustificare fenomeni sempre più violenti rischia di portarci verso una deriva pericolosa dove, davvero, a peggio non ci sarà mai fine.

 

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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