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Gigi & Friend: beneficenza o protagonismo? Quando l’ego cancella il bene comune

Dal palco al palcoscenico politico: il caso Dragotto tra fondi pubblici, visibilità e polemiche istituzionali.

Quando la beneficenza diventa una sfida

Dopo la lettera aperta di Dragotto, il confronto si riaccende: ma il protagonista resta il bisogno di verità

Il 23 giugno, una lettera aperta della Fondazione Dragotto diffusa alle testate giornalistiche ha riacceso la polemica sul concerto “Gigi & Friends”, finanziato anche dalla Regione Siciliana per l’acquisto di attrezzature e macchinari per l’ospedale pediatrico dedicato alle malattie rare. Dragotto ha acquistato spazi sui quotidiani per promuovere la sua versione dei fatti. Ma questa strategia comunicativa ha lasciato sullo sfondo ciò che più conta: la solidarietà.

A emergere è piuttosto uno scontro con il presidente Renato Schifani, come a dire che senza la Fondazione Dragotto, la Regione non sarebbe riuscita a realizzare l’intervento per i bambini malati. Una lettura che snatura lo spirito dell’iniziativa, mettendo in secondo piano il concetto stesso di bene comune.

Quando si parla di solidarietà, dovrebbe essere l’azione a parlare. E l’anima bella, quando fa del bene, non ha bisogno di riflettori. Dragotto, da sempre incline al centro del palco, ha trasformato un momento di beneficenza in un caso politico-mediatico. Lo sventolio dell’assegno da 1,5 milioni di euro sul palco dello stadio Barbera ha avuto un effetto dirompente: da simbolo di un gesto nobile si è trasformato in un atto divisivo e inopportuno, che ha offuscato la musica, le intenzioni e – soprattutto – i beneficiari del progetto: i bambini.

La Regione Siciliana ha contribuito con 500mila euro per l’acquisto delle attrezzature del nuovo polo pediatrico, firmando un accordo con l’ospedale universitario per l’integrazione del poliambulatorio nel sistema sanitario pubblico. Un passo importante, ignorato nel racconto pubblico della Fondazione. Eppure, quei fondi sono soldi dei cittadini siciliani. La loro presenza doveva essere riconosciuta, non solo per correttezza istituzionale, ma per rispetto dei contribuenti. Al contrario, il palco si è trasformato in un’arena dove si è celebrato l’io, non il noi.

Il rischio oggi è che a pagare il prezzo di questa polemica siano i bambini. Il progetto – per quanto lodevole – nasce ora all’ombra di una gestione divisiva. Le domande sono molte: tolte le spese, quali economie sono rimaste per definire il progetto? I fondi raccolti coprono i costi dell’intervento? Che trasparenza è stata offerta ai cittadini che adesso pretendono di sapere se questa è stata un’operazione mediatica o altro?

Chi fa beneficenza – specie se riceve fondi pubblici – ha un dovere morale di chiarezza. La trasparenza non è un atto di cortesia, ma un obbligo. Per questo, al di là delle polemiche, serve un bilancio certificato, pubblico, tracciabile. Per rispetto della verità. E per rispetto di chi, senza clamore, aiuta ogni giorno.

Perché, a differenza della scena, la solidarietà vera non ha bisogno di essere applaudita. Ha bisogno solo di essere fatta.

Infine, nella lettera emerge un messaggio implicito ma chiarissimo: senza l’intervento della Fondazione Dragotto, la Regione non avrebbe fatto nulla. In un passaggio si legge: “Se la Sanità siciliana è ahimè sotto attacco da tempo, se le lacune strutturali e gestionali hanno portato ad una innegabile situazione di alta criticità, Sicily for Life […] è di per sé uno straordinario spot promozionale per la Regione Siciliana – cosa mai accaduta prima ad opera di un privato”. Una dichiarazione che, nel suo tono autocelebrativo, sembra suggerire che senza l’intervento del privato, l’iniziativa non sarebbe mai stata realizzata. È un attacco frontale all’istituzione. Ma se Dragotto voleva davvero rivendicare il merito esclusivo dell’iniziativa, doveva procedere in totale autonomia, senza fondi pubblici e senza coinvolgere le istituzioni. In quel caso, avrebbe avuto pieno diritto di essere celebrato come unico deus ex machina della solidarietà. Ma se si chiede sostegno alla Regione, non si può poi far finta che non esista. E se davvero, come lui stesso afferma, “Sicily for Life” è uno spot per la Regione mai visto prima d’ora da parte di un privato, allora è giusto chiedersi: qual è il confine tra promozione e narcisismo?

La solidarietà o si fa in silenzio o è meglio non farla, perché fraintesa rischia di diventare altro. Ecco ciò che resterà di questa vicenda, che oggi lascia un retrogusto amaro: il protagonismo ha superato il progetto, e il bene comune è stato oscurato dall’ego. E la sensazione pubblica, sempre più diffusa, è che sia stata trasformata un’opportunità di crescita collettiva in una sfida personale. Una sfida che ha perso l’obiettivo originario: i bambini, la cura, la comunità. Il vero spirito della solidarietà.

Tommaso Dragotto, attraverso la sua Fondazione, dovrebbe forse distinguere con maggiore chiarezza il ruolo dell’imprenditore da quello del promotore di solidarietà. Quando si fa impresa, è legittimo raccontarsi, produrre fumetti, cartoni animati o persino film per celebrare il proprio successo. Ma la beneficenza ha una natura diversa. Lo dimostrano le migliaia di persone che, ogni giorno, nel silenzio più assoluto, aiutano, abbracciano, donano, amano. Senza riflettori, senza palcoscenici. Il rischio, altrimenti, è che tutto si trasformi in un esercizio di protagonismo, in un tentativo di apparire come un esempio assoluto, quando invece servirebbe ricordarsi semplicemente di essere umani. E restare umani.

Foto da-sinistra: Salvatore Iacolino, Maria Grazia Furnari, Tommaso Dragotto, Daniela-Faraoni, Alberto-Firenze

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