Niscemi, frana e indagati: la Sicilia a processo con sé stessa
Quattro presidenti della Regione nel registro degli indagati. Il procuratore Vella: "La frana più grande d'Europa. Ci saranno altri indagati".

GIUSTIZIA
Frana di Niscemi, 13 indagati: nel mirino quattro presidenti della Regione e i vertici della Protezione civile
La procura di Gela apre un’inchiesta in tre fasi sul disastro di gennaio. I fondi stanziati nel 1997 per le opere di mitigazione non sarebbero mai stati spesi. Accusati Lombardo, Crocetta, Musumeci e Schifani.
Ventinove anni di inerzia istituzionale, una montagna di fondi mai spesi e una collina che scivola sulla Piana di Gela: la frana di Niscemi del 25 gennaio 2026 — definita dal procuratore di Gela Salvatore Vella “la frana più grande d’Europa” — adesso ha un’inchiesta e i suoi primi indagati. Sono tredici, e tra loro figurano i nomi più pesanti della politica siciliana degli ultimi quindici anni.
Ne abbiamo parlato ieri, la procura di Gela, che coordina le indagini, ha iscritto nel registro degli indagati Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci — oggi ministro alla Protezione civile — e Renato Schifani, attuale presidente della Regione siciliana. Con loro, i vertici della Protezione civile regionale: il dirigente generale in carica Salvo Cocina, gli ex capi Pietro Lo Monaco e Calogero Foti, e il direttore regionale Vincenzo Falgares. Nell’elenco compaiono anche i soggetti attuatori delle misure contro il dissesto idrogeologico — Salvo Lizzio, Maurizio Croce, Sergio Tumminello e Giacomo Gargano — nonché Sebastiana Coniglio, responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto eseguire le opere previste dopo la frana del 1997. Tutti accusati, a vario titolo, di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.
Un’inchiesta in tre fasi
Il procuratore Vella ha illustrato ai giornalisti un programma articolato: “La nostra attività si sta concentrando su un periodo che va dal 2010 al 2026. Si tratta degli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, dei dirigenti della protezione civile, dei soggetti attuatori al contrasto del dissesto idrogeologico e del responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto realizzare i lavori dopo la frana del 1997.”
La prima fase riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione del rischio. La seconda fase punta agli accertamenti sulle reti di raccolta e regimentazione delle acque nel Comune di Niscemi, ritenute rilevanti nell’innesco dello smottamento già nel 1997. La terza fase investiga sulla zona rossa individuata oltre vent’anni fa: si verificherà se siano stati sgomberati e demoliti gli edifici a rischio molto elevato e se sia stato bloccato il rilascio di nuove concessioni edilizie.
“Accerteremo se siano state rilasciate nuove autorizzazioni a costruire o siano state realizzate costruzioni abusive“, ha aggiunto Vella. “Ma ci saranno altri indagati“, ha precisato senza margini di dubbio.
I fondi del 1997 rimasti fermi in cassa
Al centro dell’accusa c’è una cifra che pesa come un macigno: 23 miliardi delle vecchie lire, poi convertiti in 12 milioni di euro, stanziati dopo la frana del 1997 per finanziare le opere di consolidamento e mai utilizzati. Il procuratore è stato esplicito: “Già nel 1997 c’erano delle indicazioni precise su come intervenire. I fondi stanziati, 12 milioni di euro, sono rimasti nelle casse della regione.”
Intanto i numeri del disastro restano impressionanti. Il 16 gennaio un primo movimento franoso aveva interessato l’area a ridosso della parte occidentale del centro abitato, con un coronamento superiore a 1,5 km. Il 25 gennaio si era riattivato il fronte del 1997, lato sud, con un coronamento oltre i 2 km. Complessivamente il versante instabile si è sviluppato per circa 4,7 km lungo il margine dell’abitato, con scarpate di distacco alte in media tra i 25 e i 30 metri — con punte di oltre 50 — e più di 1.500 sfollati.
Musumeci e Schifani sui social
A notizia diffusa, i due indagati ancora in carica hanno affidato la loro risposta a Facebook. Il ministro Nello Musumeci ha scritto: “Nessun commento sul lavoro della Procura di Gela. Da parte mia il massimo rispetto. Quel che avevo da dire sulla frana di Niscemi l’ho detto in parlamento. L’iscrizione nel registro degli indagati è, in indagini così complesse, un atto dovuto e di garanzia. Spero solo che si concludano presto. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente sereno, schiena dritta e a testa alta, come sempre in tanti anni di impegno politico senza macchia.”
Tono analogo quello del presidente della Regione Renato Schifani: “Ripongo massima fiducia nel lavoro della magistratura, convinto che accerterà i fatti in tempi brevi. Affronto questa situazione con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni. Vado avanti nell’espletamento delle mie funzioni con serenità e determinazione, anche in virtù dei risultati fin qui raggiunti.”
I prossimi passi
Nei prossimi giorni i tredici indagati saranno convocati in procura per essere sentiti. Nel frattempo, saranno sequestrati ulteriori atti. L’inchiesta, ha ribadito Vella, “non si ferma“.
A Niscemi la terra ha parlato due volte: nel 1997 e nel 2026. La prima volta sembrava un avvertimento; la seconda ha travolto tutto. Adesso è la magistratura a prendere la parola, con una domanda che Gela ha messo nero su bianco negli atti: quegli undici chili di cemento e acciaio mai posati, quei dodici milioni mai mossi — chi ha scelto di non fare nulla?


