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Meno soldi agli autori, più agevolazioni agli stranieri: il cinema italiano si vende pezzo per pezzo

La bozza del decreto 2026 taglia del 54% i contributi selettivi e porta il tax credit a 441 milioni. IsICult pubblica il documento e chiede trasparenza

CULTURA E SPETTACOLO

Il cinema italiano si svuota: 606 milioni al fondo, ma i soldi vanno agli stranieri

Il riparto 2026 taglia i contributi selettivi del 54% e gonfia il tax credit per attrarre produzioni estere.

C’è qualcosa che non torna nei conti del cinema italiano. Mentre il settore continua a parlare di sovranismo culturale e tutela della produzione nazionale, i numeri del nuovo riparto del Fondo Cinema e Audiovisivo raccontano una storia diversa e molto meno rassicurante.

I conti non tornano: meno soldi, ma non per tutti

L’IsICult, Istituto italiano per l’Industria Culturale, ha pubblicato in esclusiva la bozza di decreto che stabilisce come verranno distribuiti i 606 milioni di euro destinati al Fondo Cinema e Audiovisivo per il 2026, in calo rispetto ai 696 milioni dell’anno precedente. Il documento, già approvato mercoledì 25 febbraio dal Consiglio Superiore per il Cinema e l’Audiovisivo, attende ora la firma del Ministro Alessandro Giuli.

La critica centrale è netta: i contributi selettivi vengono tagliati del 54%, mentre il credito d’imposta per attrarre investimenti cinematografici stranieri in Italia sale da 42 a 100 milioni di euro. In termini assoluti, il tax credit arriva ad assorbire il 73% dell’intero Fondo.

Il presidente dell’IsICult Angelo Zaccone Teodosi sintetizza così:

“Si comprime la leva qualitativa e si amplia la leva fiscale. E centinaia di festival continuano a beneficiare solo di una manciata di milioni.”

Vendesi cinema italiano: da Lucky Red a Lux Vide, il grande shopping straniero

Zaccone Teodosi non usa mezzi termini sul rischio sistemico:

“Il sostegno dello Stato al cinema italiano si trasforma paradossalmente in uno strumento grazie al quale gruppi stranieri si impossessano delle imprese nazionali.”

E i fatti sembrano dargli ragione. La recente cessione da parte di Andrea Occhipinti della maggioranza di Lucky Red alla francese Canal+ Vivendi di Vincent Bolloré arriva dopo una serie di operazioni analoghe: Palomar finita a Mediawan, Groenlandia a Banijay, Lux Vide a Fremantle. Un pezzo alla volta, il cinema italiano cambia proprietà. Per Zaccone si tratta della “preoccupante conferma che il tanto invocato ‘sovranismo culturale’ sembra restare un pio auspicio teorico-retorico, contraddetto da una politica culturale frammentaria ed erratica.”

Autori contro lobby?

Le associazioni degli autori, tra cui 100autori, Anac, Aidac e Wgi, hanno già espresso “fermo dissenso” rispetto alle scelte annunciate. E l’avvocato Michele Lo Foco, membro del Consiglio Superiore, ha votato contro il piano di riparto, contestando in modo specifico la mancata stretta sul tax credit. La bozza ministeriale giustifica le scelte citando “istanze pervenute dalle associazioni di categoria”, ma secondo IsICult si tratterebbe in realtà delle sole lobby economiche del settore – Anica, Apa, Cna, Confartigianato – non certo delle voci degli autori e dei creativi. Contraddizioni interne di un sistema che fatica a trovare una direzione condivisa.

La domanda che nessuno vuole fare

Rimane aperta una questione che il settore continua a eludere. Lo chiede direttamente Zaccone:

“È stata mai realizzata una seria valutazione di impatto, per comprendere se la legge Franceschini del 2016 ha stimolato realmente una crescita strutturale del sistema, un’estensione del pluralismo espressivo, il rafforzamento delle imprese indipendenti ed il sostegno agli autori emergenti, e quell’audience development che dovrebbe caratterizzare la democrazia culturale?”

I festival, segnala ancora IsICult, continuano a sopravvivere con pochi milioni nonostante rappresentino unodegli strumenti più efficaci per diffondere la cultura audiovisiva nel Paese.

Il cinema che chiamiamo italiano ..fino a quando?

Quello che emerge da questa vicenda non è solo una questione di numeri o di tecnica amministrativa. È una scelta di campo: decidere chi merita di essere sostenuto con il denaro pubblico, e chi no. Quando la risposta favorisce sistematicamente le produzioni straniere e i grandi gruppi internazionali, vale la pena chiedersi cosa resti, alla fine, del cinema che ancora oggi osiamo chiamare italiano.

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