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Elezioni, Pd maggioranza alla camera. Al senato è un rebus

(foto da internet)

 

 

Si concludono le elezioni politiche più incerte della storia della Repubblica italiana: il quadro che esce dalle urne italiane mostra una netta tripartizione della penisola con un leggero vantaggio del centrosinistra ma solamente per quanto riguarda il numero effettivo di voti. Questi i dati riportati dal sito del Ministero dell’Interno.

 

 

CAMERA:

Centrosinistra (Pd, Sel, Centro Democratico,  Megafono, Psi, Svp)  /    29,54 %

Centrodestra (Pdl, Lega Nord, Fratelli d’Italia, La Destra, Grande Sud, Mpa  e altri)  /      29,18 %

Movimento 5 Stelle /        25,55 %

Con Monti per l’Italia /   10,56 %

Rivoluzione Civile  /    2,24 %

Fare per fermare il declino /  1,12 %

SENATO:

Centrosinistra (Pd, Sel, Centro Democratico)  /    31,63 %

Centrodestra (Pdl, Lega Nord, Fratelli d’Italia, La Destra, Grande Sud, Mpa  e altri)  /      30,72 %

Movimento 5 Stelle /        23,79 %

Con Monti per l’Italia /   9,13 %

Rivoluzione Civile  /    1,79 %

Fare per fermare il declino / 0,90 %

Mentre la maggioranza alla camera, sebbene risicata, consente la governabilità per effetto del premio di maggioranza ottenuto dalla coalizione di centrosinistra con Pierluigi Bersani candidato premier (avrà il 55 % dei seggi), per quanto riguarda il senato la questione è, come sempre, molto più spinosa.

La maggioranza in numero di voti spetta – e con un distacco maggiore – alla coalizione di centrosinistra ma la legge elettorale prevede la ripartizione dei seggi di Palazzo Madama a base regionale: accade che, sebbene  la compagnia di Bersani risulti avere la maggioranza di voti effettivi in percentuale, il Pdl e Berlusconi riescono ad avere più seggi (116 Pdl / 113 Pd) ottenuti nelle Regioni più influenti per la maggioranza al senato, vale a dire Lombardia, Sicilia, Veneto e Campania – le “Ohio” della nostra penisola – andate tutte al centrodestra.

La spaccatura in Senato non consente la governabilità ed ora si prospetta un ventaglio di scenari che hanno dell’incredibile: dall’improbabile ritorno al voto, ad un governo di larghe (larghissime) intese, senza scordare che tra meno di tre mesi si dovrà votare per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Il dato che maggiormente salta agli occhi, dopo la frammentazione al senato, riguarda certamente il Movimento 5 Stelle che  alla camera diventa il primo partito prendendo 8.688.545 voti netti, pochi più del Partito Democratico. “Sono prove generali, sono falliti e lo sanno” attacca Grillo riferendosi al sistema partitocratico e continua. “In 3 anni siamo diventati il primo partito. Contro di noi non ce la faranno mai (…) Faranno un governo d’intesa tra Pd e Pdl, noi siamo il vero ostacolo. Potranno andare avanti 7-8 mesi a fare un disastro, ma noi li terremo sotto controllo e andremo avanti con le proposte su acqua pubblica, scuola e sanità. Se ci seguono, bene, altrimenti la battaglia sarà molto dura per loro”.

La situazione al senato è critica: paradossalmente le uniche soluzioni che potrebbero, con la camera, costituire una maggioranza – seppur minima, alla stessa stregua di quella del 2007 – sarebbero le alleanze Pd/Movimento 5 Stelle e ( incredibile ma vero) Pd/Pdl. Oppure si ritorna al voto, anche se questa non sembra essere una soluzione da prendere in considerazione adesso.

Berlusconi ringalluzzito, il Pd a terra che apre a Grillo il quale rifiuta, ad oggi, ogni “inciucio”. Ingroia e Rivoluzione Civile fuori dal parlamento – “Torno a fare il magistrato”, ha ricordato il palermitano – e Monti fa un enorme buco nell’acqua.

La prima riunione delle nuove Camere è fissata per il 15 marzo: prima di allora le forze politiche in campo cercheranno di capire cosa è meglio fare per il bene dell’Italia (o per un tornaconto personale?)

Gli appuntamenti

Il primo scoglio sembra essere l’elezione dei presidenti di Camera e Senato che, per la Camera,  prevede un quorum dei due terzi dei deputati per le prime tre votazioni per poi – se ancora non definita – passare al sistema di maggioranza.

Per il Senato si ottiene al maggioranza semplice (nelle prime due votazioni) per poi concludere con un presumibile ballottaggio

Da metà marzo in poi, quindi, si procederà per la formazione del governo: sarà Napolitano – in carica fino a maggio –  ad affidare l’incarico dopo una serie di faccia a faccia con le forze presenti in parlamento. Va da se che, vista la situazione estremamente frammentata,  questo processo potrebbe tirare per le lunghe e potrebbe paradossalmente non giungere ad una conclusione.

Ma c’è di più.

Durante il ‘ semestre bianco‘ Napolitano non può sciogliere le Camere: dovrà essere il Parlamento uscito da queste elezioni ad eleggere il capo del quirinale.

La paura di Napolitano è sempre stata proprio l’ingovernabilità del paese che continua a sorprendere negativamente, soprattutto agli occhi dell’intera comunità europea: la priorità, per molti, resta la legge elettorale da cambiare.

Che si ritorni al bipolarismo con un sistema maggioritario seguendo il modello anglosassone?

 

 

Simone Giuffrida

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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