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Corruzione e mafia: la “zona grigia”, seminario al Castello Utveggio

Castello Utveggio

“Oggi, se un boss mafioso intende riciclare o investire al Nord capitali di provenienza illecita non può che rivolgersi a politici o amministratori corrotti” aveva detto Paolo Borsellino nel maggio del ’90. I fatti gli hanno dato ragione. La corruzione che inquina i processi della politica, minaccia il prestigio e la credibilità delle Istituzioni, inquina e distorce gravemente l’economia, sottrae risorse destinate al bene della comunità, corrode il senso civico e la stessa cultura democratica. Un male endemico, che silenziosamente si insinua negli apparati politico-istituzionali e affaristici, avvalendosi di un potente alleato: il crimine organizzato. Una liaison dangereuse che trae forza in quella “zona grigia”, anticamera dell’illegalità, dell’ingiustizia e del malaffare.

Il binomio corruzione e mafia è stato il tema al centro di un seminario, svoltosi a Palermo nella suggestiva cornice del Castello Utveggio, sede del Cerisdi. Ad introdurre i lavori, il neo presidente del Centro ricerche, il giornalista Salvatore Parlagreco, che nel suo intervento ha definito la zona grigia “la terra di mezzo, il luogo dell’ambiguità, delle pratiche opache, dell’irresponsabilità, dell’acquiescenza, del relativismo. L’incubatrice del crimine. Il ventre molle della società. E’ in questa terra di nessuno– ha aggiunto Parlagreco- dai confini labili, che nasce e si sviluppa la corruzione e la mafia grazie a strumenti sofisticati e protezioni insospettabili. La guerra alle mafie e ai malandrini- conclude- si vince o si perde qui, nel porto delle nebbie”.

Al convegno erano presenti oltre a rappresentanti del mondo accademico ed istituzionale, anche esponenti del Foro di Palermo e della magistratura. Giudici in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, come il procuratore aggiunto Leonardo Agueci, il presidente della sezione penale del tribunale di Palermo, Pasqua Seminara, il sostituto procuratore e componente del Dipartimento reati contro la Pa, Gaetano Paci, ed il neo consigliere del Csm, Piergiorgio Morosini. Che ha sottolineato “la necessità di un monitoraggio della normativa anticorruzione, per verificare se vi sono iniziative di riforma da portare avanti, nonché l’opportunità di alleanze istituzionali e sociali, per contrastare determinati fenomeni che hanno assunto nell’ultimo periodo particolari caratteristiche. Registriamo spesso nel dibattito parlamentare e pubblico– ha detto Morosini- delle letture che appaiono sorprendentemente poco aggiornate rispetto a dei dati giudiziari con i quali ci confrontiamo ormai quotidianamente.

Per cui– ha argomentato- abbiamo assistito questa primavera ad un’estenuante dibattito sulla norma che riguardava il patto di scambio politico- mafioso, con un approdo alla riforma a mio avviso assolutamente condivisibile, ma in realtà forse i problemi del rapporto tra l’agire politico e l’agire mafioso, così come anche quello imprenditoriale-mafioso, hanno in questo momento altre necessità ed esigenze, anche dal punto di vista della risposta normativa. Le inchieste di Roma, Napoli, Milano e Reggio Calabria recentemente ci parlano di sinergie fra risorse diverse, politiche, militari- mafiose, economiche.

Sono collaborazioni che hanno dato vita a potenti macchine sociali in grado di condizionare la vita pubblica e controllare ampi settori del mercato: grande distribuzione, sanità privata, smaltimento dei rifiuti ed edilizia pubblica e privata. In questi contesti, figurano imprenditori spregiudicati, abili professionisti nel libro paga di organizzazioni criminali anche amministratori corrotti e politici senza scrupoli. Le indagini sul versante partenopeo hanno fatto emergere un sistema basato sulla corruzione, prova ne è il sistema di smaltimento di rifiuti chimici prodotti dalle imprese del Nord che hanno trovato sponda nelle imprese della camorra, che hanno finito per favorirle abbattendo del 50% i costi di smaltimento. E tutto questo lo possono fare perché bypassano tutta una serie di controlli amministrativi, grazie ad una rete corruttiva di pubblici amministratori coperti da politici compiacenti.

Non serve, come qualche politico annuncia con frasi roboanti, inasprire il 41-bis che è una norma già ai limiti, mentre noi in questo momento abbiamo bisogno di aggiornare le norme. Pensiamo al 416-bis, la partecipazione all’associazione mafiosa, che è stata costruita con un approccio culturale al tema che prevedeva una capillare presenza mafiosa nei luoghi in cui avvenivano gli illeciti. Ora non è più così, dovremmo parlare di forma di intimidazione nuove, anche all’interno del circuito economico-finanziario, quindi c’è tutto un filone giurisprudenziale, romano, in cui si tende ad estendere il capo di imputazione del 416-bis con una lettura aggiornata, che svincola dal dato territoriale e dal controllo territoriale l’applicazione della norma. Nonostante la nostra legislazione antimafia sia di altissimo livello, invidiata da tutto il mondo, non abbiamo di contro una legislazione anticorruzione adeguata. Basti pensare che facciamo riferimento ancora al Codice Rocco del 1930”.

Marina Pupella

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