PoliticaPrimo Piano

Il referendum ferisce il centrodestra, ma il vero problema è la cultura lasciata alla sinistra

A destra manca il coraggio di cambiare davvero i sottogoverni culturali: un limite che rischia di pesare alle prossime elezioni

Il coraggio tradito: la destra governa ma la cultura resta ostaggio della sinistra

Dopo il referendum si aprono crepe profonde nel centrodestra. Ma la ferita più grave non è nelle urne: è nell’incapacità di liberare la cultura dai vecchi apparati di potere.

Il coraggio. Doveva essere questo il tratto distintivo di una stagione politica che si era presentata agli italiani come alternativa netta al passato. Coraggio nel cambiare, nel decidere, nel rompere schemi sedimentati. E invece, dopo quasi tre anni di governo, il centrodestra sembra avere smarrito proprio la qualità che più aveva promesso.

Il referendum ha acceso una luce impietosa sulle fragilità della maggioranza. Non è soltanto una sconfitta politica. È il segnale di un logoramento più profondo, di una distanza crescente tra aspettative e realtà, tra il consenso conquistato e la capacità di trasformarlo in visione.

Le ferite sono evidenti e non potranno rimarginarsi in pochi giorni. Ci vorrà tempo, ma soprattutto servirà una riflessione sincera. Perché il problema non è solo il voto. Il problema è che la destra continua a governare senza governare davvero il cuore del sistema Paese.

Il vero nodo: la cultura mai cambiata

Il punto più delicato, e forse più sottovalutato, è uno solo: la cultura. In quasi tre anni di potere, il centrodestra ha mostrato forza nelle dichiarazioni, presenza nei palazzi, capacità di tenuta istituzionale. Ma nei luoghi dove si forma il pensiero collettivo, dove nascono linguaggi, valori, narrazioni e orientamenti sociali, il cambiamento è stato minimo, quando non inesistente.

Molti dei sottogoverni legati al mondo culturale, delle fondazioni, degli enti, delle reti di promozione e dei centri decisionali continuano a essere presidiati da figure riconducibili a quell’impianto ideologico che per anni ha parlato la lingua della sinistra.

È qui che la destra mostra la sua più evidente contraddizione: conquista il governo, ma lascia intatto il sistema che costruisce consenso culturale. Vince le elezioni, ma non incide sull’immaginario del Paese.

Una contraddizione che rischia di diventare fatale.

Subalternità culturale e prezzo politico

La sensazione, sempre più diffusa, è quella di una destra che continui a muoversi con cautela eccessiva, quasi con timore reverenziale verso un establishment culturale mai realmente messo in discussione.

Non si tratta di occupare spazi in modo fazioso. Si tratta di avere il coraggio di proporre una visione alternativa, di creare pluralismo reale, di spezzare un meccanismo che da decenni influenza la formazione del pensiero pubblico.

Quando questo non avviene, il prezzo politico arriva puntuale. Prima nei sondaggi, poi nelle urne.

Il referendum ha già rappresentato un primo conto da pagare. Ma il rischio è che alle prossime elezioni il saldo diventi molto più pesante. Perché l’elettore percepisce quando il cambiamento promesso non si traduce in trasformazione reale.

E oggi, in molti, avvertono proprio questo: una destra forte nelle parole, ma ancora schiava di una struttura culturale che continua a parlare, giudicare e orientare il Paese secondo vecchi paradigmi.

Il coraggio di guardare oltre

La politica non vive soltanto di decreti, numeri e maggioranze parlamentari. Vive di idee. Vive di linguaggio. Vive della capacità di incidere sulla coscienza collettiva di una nazione.

Se il centrodestra non comprenderà che la vera battaglia si gioca anche e soprattutto sul terreno culturale, rischia di ritrovarsi a difendere un potere formale privo di profondità strategica.

Il coraggio, oggi, non è una parola da convegno. È una necessità politica. Il coraggio di guardare oltre il contingente, di rompere le dipendenze, di non restare ostaggio di apparati che continuano a riprodurre la stessa egemonia.

Le prossime elezioni non saranno soltanto una sfida tra coalizioni. Saranno il giudizio su ciò che è stato fatto e, soprattutto, su ciò che non si è avuto il coraggio di fare.

E forse la ferita più grave non è quella aperta dal referendum. È quella di una destra che, pur avendo il potere, non ha ancora trovato la forza di esercitarlo fino in fondo sul piano della visione culturale del Paese.

Il vero nemico è la paura di osare

Il vero nemico della destra, oggi, non è la sinistra. Il vero nemico è la destra stessa, quando sceglie di non osare, quando si lascia frenare dalla paura di cambiare, di investire, di costruire nuove classi dirigenti nei luoghi decisivi della cultura, della programmazione e del management pubblico e privato.

La sinistra, da sola, non potrebbe mai mantenere nel tempo un’egemonia così radicata se dall’altra parte non vi fosse una evidente debolezza strategica. Perché la cultura non è soltanto il simbolo monumentale di un Paese, non è il Duomo, non è la cornice estetica della politica. Cultura significa visione, pianificazione, capacità di formare figure nuove, professionisti, dirigenti, manager, programmatori di sistema in grado di guidare istituzioni, enti, fondazioni e processi complessi.

È proprio su questo terreno che la destra continua a mostrarsi timida, quasi prigioniera di un complesso di inferiorità. Si continua a ragionare con la logica della conservazione: “quello è bravo, governa da dieci anni, toccarlo è un rischio”. Ma la politica non può vivere di paura. E la storia recente insegna che la sinistra, quando è andata al governo, non ha mai avuto esitazioni nel cambiare vertici, sostituire figure apicali e costruire nel tempo una propria filiera di riferimento.

La destra, invece, spesso resta ostaggio di sé stessa, delle proprie incertezze e delle proprie paure. È questa la vera subalternità che oggi rischia di pesare più di qualsiasi avversario politico. Il referendum, in questo senso, rappresenta una prova evidente: non è stata soltanto una battuta d’arresto elettorale, ma il riflesso di una fragilità interna, di una difficoltà a trasformare il consenso in strategia di lungo periodo.

Finché non avrà il coraggio di investire davvero su nuove figure, nuove idee e nuovi sistemi di governo culturale, il centrodestra continuerà a combattere il nemico sbagliato, senza accorgersi che il primo ostacolo alla propria crescita è dentro sé stesso.

Va riconosciuto, tuttavia, che Giorgia Meloni sta tentando di imprimere una direzione chiara e di superare molti dei meccanismi che per anni hanno rallentato il cambiamento. Il punto è che, per quanto forte possa essere la leadership, nessun presidente del Consiglio può vedere tutto, presidiare ogni settore e intervenire in ogni nodo del sistema. Proprio qui emerge la responsabilità delle stesse forze di centrodestra, che spesso non riescono a stare al passo della visione politica espressa ai vertici, lasciando scoperti ambiti strategici, soprattutto nel terreno culturale e gestionale. Una guida può indicare la rotta, ma se la struttura non segue con la stessa determinazione, il rischio è che il cambiamento resti incompiuto.

 

Giorgia Meloni in primo piano con sfondo istituzionale e simboli della cultura e della strategia politica italiana

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio