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“Buona scuola”. Cobas: per Candida Di Franco una “non” riforma

“Il Patto educativo” che il premier Renzi intende attuare per la “grande malata” di sempre del Paese, la scuola, lascia non pochi dubbi ai docenti, vere colonne portanti del sistema istruzione. Pilastri che negli ultimi anni, grazie anche alla “Riforma” Gelmini, hanno assistito ad un graduale ed inesorabile depauperamento delle risorse destinate alla scuola, alla quale sono stati sottratti 8 miliardi di euro in tre anni.

Se l’obiettivo dichiarato dal presidente del Consiglio è «non l’ennesima riforma che vi promettono i politici», aprendo così un lavoro per «ripensare a come l’Italia investe sulla scuola», non è chiara la strada che il governo intende percorrere. E’ innegabile che dallo scorso ottobre abbia avviato un confronto con famiglie, professori, presidi e alunni in primis, che avrebbe dovuto concludersi a novembre ma che di fatto ha subito uno slittamento a febbraio nel tentativo di trovare un consenso.

Nelle 130 pagine del documento del ministero dell’Istruzione, dal titolo che la lascia Great expectations “Buona Scuola”, manca una progettualità complessiva che permetta il rilancio dell’istruzione pubblica attraverso risorse ed investimenti.

“Una crepa fra tutte- denuncia Candida Di Franco, componente dell’esecutivo provinciale Cobas scuola di Palermo – è il rafforzamento dell’autonomia scolastica, con la quale si attribuiscono più poteri ai capi d’istituto a scapito degli organi collegiali e della condivisione  delle scelte educative. Altra criticità, è la trasformazione del Consiglio d’istituto in una sorta di Cda, attraverso cui si aprirebbero le porte a finanziatori esterni che potrebbero, in quanto tali, indirizzare la formazione scolastica. Il termine riforma per noi significa un progetto complessivo, mentre “Buona scuola” è solo un contenitore abbastanza vuoto, dove in maniera vaga vengono enucleati alcuni principi che di fatto sono privi di sostanza.

Si tratta- prosegue l’insegnante- solo di provvedimenti scaturiti nei confronti del personale precario a causa della sentenza della Corte di giustizia europea, a seguito della quale si è deciso in tutta fretta di fare questa immissione in ruolo del personale precario. Con quali modalità, è ancora tutto da vedere. Non crediamo, inoltre, che un progetto di riforma per la scuola significhi eliminare gli stacchi di anzianità degli insegnanti, che soltanto attraverso la progressione di carriera hanno un riconoscimento proprio per la loro anzianità, per la professionalità che si acquisisce non solo con i concorsi e la formazione iniziale, ma si va costruendo con l’esperienza sul campo. Non mi pare che, annullando gli scatti possa esserci un miglioramento. La minaccia di togliere gli scatti ha smosso il mondo della scuola, che ha manifestato tutta la sua contrarietà proprio lo scorso ottobre. Ma c’è anche un altro problema: quello dell’”organico funzionale”.

Non sappiamo che cosa intenda fare il governo– spiega- perché le classi rimarranno sempre numerose; l’organico funzionale è un modo a nostro avviso per avere personale dentro le scuole a cui affidare le supplenze brevi, ma questo non si traduce in automatico in un ridimensionamento delle “classi pollaio”, che rimangono numerosissime anche ospitando alunni con disabilità. Di questo non si dice nulla. Ecco perché non si può parlare di riforma, perché alla base di una riorganizzazione tout court ci sta la qualità, il miglioramento del servizio”.

Le critiche al nuovo riordino della scuola non si fermano qui. “Il Piano scuola di Renzi è basato sul risparmio e su come evitare la maxi multa dell’Ue. Ora, mi chiedo, come si può pretendere di fare qualità e di garantire il diritto allo studio a tutti gli alunni se si continua a tagliare le risorse e se non si fa una politica seria di potenziamento della scuola? Contestiamo, poi, il nuovo sistema meritocratico, perché la valutazione del docente non può essere basata sulle “prove invalsi”, ma sulla totalità del lavoro da lui svolto. In un recente studio realizzato da “The Economist Intelligence Unit” ha messo a confronto diversi Stati prendendo quali parametri i test OCSE-PISA, i TIMSS e i PIAAC e una sessantina di altri parametri, che vanno dagli investimenti governativi, agli stipendi dei docenti, al rapporto alunni-docenti. Da questa classifica sono risultati ai vertici i paesi asiatici, mentre in Europa solo la Finlandia ha ottenuto il l sesto posto. Gli investimenti sono alla base: il Sud Corea spende, ad esempio, il 15% del Pil, l’Italia il 4/5%. Gli stipendi dei docenti italiani sono tra i più bassi d’Europa, nonostante lavorino di più.

Alla luce di quanto denunciato dai Cobas, abbiamo rivolto al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini due semplici domande:

1)      Come intende gestire i docenti in esubero, come risultato del cambiamento di organizzazione del lavoro, dentro il progetto “Buona scuola”?

2)      Come si può coniugare il diritto allo studio e qualità dell’offerta se si continuano a tagliare le risorse per il funzionamento della scuola (edilizia, personale)?

Rimaniamo in attesa di risposte.

Marina Pupella

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