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Paolo Borsellino non è memoria: è una domanda aperta sul potere

A Palermo, nel giorno del suo compleanno, magistrati e parlamentari rileggono l’intervento del 1989: giustizia, politica ed economia restano i nodi irrisolti del rapporto tra mafia e istituzioni.

Paolo Borsellino, “La mafia e il potere”: un testo che continua a disturbare

Oggi, 19 gennaio 2025, giorno del compleanno di Paolo Borsellino, Palermo torna a interrogarsi su una delle riflessioni più nette e meno accomodanti mai pronunciate sul rapporto tra mafia, Stato e potere.
Non una commemorazione, ma una rilettura pubblica di un testo che, a distanza di oltre trent’anni, conserva intatta la sua capacità di mettere in discussione responsabilità, silenzi e zone grigie.

Nel pomeriggio, alle ore 17, presso la Fondazione Società Siciliana per la Storia Patria, in piazza San Domenico, viene presentato l’intervento di Borsellino dal titolo “La mafia e il potere”, pronunciato il 14 gennaio 1989 nella Sala delle Lapidi di Palermo. Un documento che non concede attenuanti e che individua nel potere – politico, amministrativo, istituzionale – il vero terreno su cui la mafia costruisce consenso e protezione.

L’iniziativa è promossa dall’ISSPE – Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici e nasce con un obiettivo chiaro: riportare al centro del dibattito pubblico un pensiero scomodo, lontano da ogni retorica celebrativa e ancora capace di interrogare il presente.
Borsellino, in quel testo, non parla di una mafia astratta o folkloristica, ma di un sistema che prospera nelle connivenze, nei vuoti di responsabilità, nella rinuncia dello Stato a esercitare fino in fondo il proprio ruolo.

Ad aprire i lavori sono i saluti istituzionali, in un contesto che richiama il valore storico e civile del luogo. Il confronto entra subito nel merito di una domanda che resta aperta: quanto di quel rapporto tra mafia e potere è davvero alle nostre spalle, e quanto continua a riprodursi sotto nuove forme?

È da questa domanda che prende avvio un incontro che mette al centro la parola, il pensiero e l’eredità civile di Paolo Borsellino, non come icona, ma come voce ancora capace di disturbare.

De Lucia: “Capire la mafia significa capire il potere. E non basta la repressione”

Nel giorno del compleanno di Paolo Borsellino, l’intervento del procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia ha unito memoria personale e riflessione istituzionale.
Ricordare Borsellino, ha spiegato, non è un esercizio celebrativo, ma un dovere per chi oggi opera negli uffici giudiziari chiamati a confrontarsi con la stessa complessità.

De Lucia ha ricordato di aver conosciuto Borsellino nel breve periodo in cui, nel 1992, fu procuratore aggiunto a Palermo. Una conoscenza limitata nel tempo, ma sufficiente a cogliere la statura di un magistrato che, insieme a Giovanni Falcone, ha segnato un prima e un dopo nel modo di intendere la giustizia e la lotta alla mafia.

Non semplicemente per i risultati investigativi, ma per una visione più ampia del fenomeno mafioso, fondata sulla comprensione dei rapporti tra criminalità organizzata, potere e istituzioni.

Complessità ed elasticità: le chiavi per capire Cosa Nostra

Entrando nel merito del testo del 1989 “La mafia e il potere”, De Lucia ha individuato due parole chiave che restano centrali ancora oggi: complessità ed elasticità.
Senza un’analisi complessa del fenomeno mafioso – ha sottolineato – non è possibile comprenderne le trasformazioni né costruire strumenti adeguati di contrasto.

Ridurre Cosa Nostra a un problema esclusivamente giudiziario significa non capire cosa sia stata e cosa sia oggi. La mafia muta, si adatta, cambia linguaggi e strategie, ma resta un fenomeno di potere, capace di inserirsi nei vuoti dello Stato e nelle zone grigie delle istituzioni.

Repressione necessaria, ma non sufficiente

De Lucia ha ribadito un punto centrale del pensiero di Borsellino:
l’azione repressiva delle forze dell’ordine e della magistratura è indispensabile, ma non può essere l’unico strumento.

Lo Stato, nella sua forma più visibile – le divise, gli apparati pubblici – deve dimostrare serietà, credibilità, continuità. Solo così si costruisce quella fiducia dei cittadini senza la quale nessuna battaglia contro la mafia può essere vinta.
Dal 1992 a oggi, ha osservato, molto è stato fatto, anche con errori e limiti, ma gli spazi di manovra della mafia sono stati ridotti proprio grazie a questa presenza dello Stato.

Collaboratori di giustizia, intercettazioni e attenzione alle riforme

Un passaggio centrale dell’intervento ha riguardato gli strumenti investigativi.
Negli anni Ottanta il tema dei collaboratori di giustizia era al centro del dibattito politico e giuridico; oggi lo è meno, anche perché si è ridotta la capacità di acquisire informazioni sulle aree di contiguità tra mafia e mondo pubblico.

Restano però fondamentali le intercettazioni, senza le quali i processi di mafia non possono essere costruiti. Ascoltare la voce dei mafiosi, incrociare i dati, ricostruire le relazioni: strumenti che Borsellino indicava già nel 1989 come essenziali.

Da qui l’avvertimento: attenzione a intervenire sul sistema legislativo che presidia il contrasto alla mafia.
Non sempre toccare questi strumenti produce effetti positivi. In alcuni casi, può indebolire la capacità dello Stato di colpire le organizzazioni criminali.

Droga, capitali e ricostruzione della forza mafiosa

De Lucia ha poi affrontato il rapporto tra Cosa Nostra e il traffico di stupefacenti.
Borsellino spiegava che la mafia esiste prima, durante e dopo le diverse fasi del mercato della droga. Oggi Cosa Nostra è indebolita, ma non sconfitta, e torna a cercare grandi capitali in tempi rapidi per riorganizzarsi, finanziarsi e ricostruire una struttura armata.

Perché senza violenza non esiste Cosa Nostra.
E la violenza richiede risorse, uomini, organizzazione.

Spesa pubblica, appalti e fiducia nello Stato

Altro nodo centrale: la fiducia economica.
Borsellino – ha ricordato De Lucia – parlava già allora di buona spesa pubblica, di correttezza amministrativa e di trasparenza. Un tema che oggi si intreccia con quello degli appalti, dell’opacità delle procedure e del rischio di trasformare la funzione pubblica in merce.

Il confine tra cattiva amministrazione e infiltrazione mafiosa è sottile. Dove la trasparenza è debole, la mafia trova spazio.

Giustizia, CSM e il coraggio di parlare

Nella parte finale dell’intervento, De Lucia ha richiamato un episodio spesso rimosso.
Nel 1988 Paolo Borsellino chiese di essere ascoltato dal Consiglio Superiore della Magistratura per parlare dello stato reale della lotta alla mafia in Sicilia.

Fu ascoltato con diffidenza, accusato di aver oltrepassato il proprio ruolo.
Da Roma, da posizioni lontane dal fronte, si guardava con sospetto a un magistrato che parlava pubblicamente di potere, responsabilità e mafia.

La storia, però, gli ha dato ragione.

Sistema accusatorio e riforme: evitare scorciatoie ideologiche

De Lucia ha infine messo in guardia da un uso superficiale del concetto di sistema accusatorio.
Il modello italiano non coincide con quello anglosassone e non può essere evocato senza affrontare il tema delle risorse, delle strutture e delle garanzie reali.

Riformare la giustizia senza comprendere la complessità del sistema significa indebolirlo.
Ed è proprio questa complessità che Borsellino invitava a rispettare: perché la giustizia, come la lotta alla mafia, non tollera scorciatoie.

Carolina Varchi interviene al convegno su Paolo Borsellino e il rapporto tra mafia e potere a Palermo
Carolina Varchi durante il suo intervento sul ruolo della politica e delle istituzioni nel contrasto alla mafia.

Varchi: “Quando la giustizia funziona male, lo Stato perde credibilità. E la mafia occupa lo spazio”

Nel suo intervento, la deputata e segretaria della Camera Carolina Varchi ha richiamato il senso più profondo dell’incontro: non una commemorazione, ma un ascolto diretto del pensiero di Paolo Borsellino, nella sua forma più autentica e meno rassicurante.

Le parole pronunciate nel 1989 – ha osservato – colpiscono ancora oggi per la loro semplicità e per la loro durezza. Borsellino parlava di uomini capaci di esercitare privatamente una giustizia pubblica, di uno Stato che rischia di apparire incapace di amministrare se stesso quando la giustizia non funziona. Un’affermazione che va ben oltre il piano giuridico e che chiama in causa direttamente la credibilità delle istituzioni.

Giustizia, fiducia e responsabilità politica

Quando la giustizia fallisce – ha sottolineato Varchi – non è solo un problema per magistrati e forze dell’ordine.
È un problema per i cittadini, che finiscono per percepire lo Stato come distante, inefficace o selettivo. In quel vuoto di fiducia, la mafia trova spazio, consenso, legittimazione.

Da qui la necessità, ribadita con forza, di non trattare il pensiero di Borsellino come un esercizio retorico, ma come una chiave di lettura della realtà sociale ed economica, anche oltre il fenomeno criminale in senso stretto.

Risorse pubbliche e territori: quando la politica sbaglia

Varchi ha poi spostato l’attenzione sul ruolo della politica e sull’uso delle risorse pubbliche.
Non basta invocare trasparenza e rispetto delle norme: chi governa – a ogni livello, dallo Stato agli enti locali – non può permettersi l’immobilismo, né restituire risorse che dovrebbero essere impiegate per migliorare la vita dei cittadini.

Quando questo accade, il messaggio che passa è devastante: lo Stato rinuncia alla propria funzione, e il cittadino è indotto a cercare altrove risposte, protezione, soluzioni. Anche nella zona grigia in cui la mafia si insinua.

Quartieri, degrado e responsabilità storiche

Il ragionamento si è fatto ancora più concreto nel riferimento ai quartieri di Palermo.
Varchi ha invitato a confrontare l’edilizia popolare degli anni Settanta, pensata – almeno in origine – come spazio a misura d’uomo, con servizi, verde e luoghi di aggregazione, con la realtà di molti quartieri nati successivamente.

Non si tratta di emergenze improvvise, ma del risultato di decenni di disattenzione politica, di un uso distorto delle risorse pubbliche che ha finito per creare ghetti, marginalità e abbandono. In questi contesti – ha osservato – l’unico potere che resta visibile e stabile è spesso quello mafioso.

Una lezione che riguarda la politica, non solo la repressione

La deputata ha infine ribadito che il contrasto alla mafia non può essere delegato solo alla polizia o alla magistratura, che già operano nei limiti delle norme disponibili.
È una responsabilità che riguarda la politica, chiamata a esercitare una funzione morale, prima ancora che amministrativa.

Ed è qui che le parole di Paolo Borsellino tornano ad essere attuali e scomode: perché indicano che la lotta alla mafia passa anche – e soprattutto – da come lo Stato governa i territori, spende le risorse, costruisce fiducia.

Raoul Russo al convegno su Paolo Borsellino, mafia e potere, incontro pubblico a Palermo
Raoul Russo, componente della Commissione parlamentare Antimafia, nel corso del confronto su mafia, potere ed economia.

Russo: “La mafia cambia forma. La politica non può continuare a inseguirla”

Nel suo intervento, il senatore Raoul Russo, componente della Commissione parlamentare Antimafia, ha riportato il confronto su una dimensione spesso sottovalutata: la responsabilità diretta della politica nel contrasto alle mafie, oggi più che mai chiamata a misurarsi con un fenomeno in continua trasformazione.

Russo ha ricordato un incontro del 1990 a Siracusa, quando, ancora giovane, ebbe modo di ascoltare Paolo Borsellino. Un’esperienza che – ha sottolineato – ha rappresentato per molti della sua generazione una sorta di “allenamento civile”, una scuola di impegno pubblico che continua a interrogare il presente.

Magistratura e forze dell’ordine: molto è stato fatto, ma non basta

Il senatore ha riconosciuto senza ambiguità il lavoro svolto in questi decenni da magistratura e forze dell’ordine, spesso pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane.
Un impegno che ha prodotto risultati concreti, ma che non può essere l’unico argine contro le mafie.

Delegare tutto alla repressione giudiziaria – ha avvertito – è un errore storico e politico. La mafia prospera anche quando la politica abdica al proprio ruolo, quando non riconosce i propri fallimenti e quando tollera modelli di cattiva amministrazione che producono degrado e disuguaglianze.

Cattiva politica, vergogne pubbliche e territori abbandonati

Russo ha richiamato esempi simbolici di degrado urbano e sociale, frutto non di emergenze improvvise ma di decenni di scelte sbagliate, di incuria e di assenza di visione.
Situazioni che non possono essere archiviate come fatalità, ma che rappresentano il prodotto diretto di un certo modo di fare politica.

Quando lo Stato si ritrae dai territori – ha spiegato – qualcun altro occupa quello spazio. E spesso quel qualcuno è la criminalità organizzata, che si presenta come potere alternativo, come risposta immediata a bisogni ignorati.

Antimafia legislativa e manutenzione delle leggi

Dal punto di vista parlamentare, Russo ha rivendicato il valore di una legislazione antimafia avanzata, riconosciuta anche a livello internazionale.
Ma ha anche lanciato un avvertimento: le leggi vanno manutenute con intelligenza, adattate ai mutamenti delle organizzazioni criminali, senza indebolirne l’impianto.

Le mafie – ha ricordato – si evolvono come l’acqua, trovano sempre nuove fessure per infiltrarsi. Oggi non puntano solo sul controllo militare del territorio, ma sull’economia legale, sugli investimenti, sui circuiti finanziari internazionali.

Mafie globali ed economia legale

Russo ha portato esempi emersi nel lavoro della Commissione Antimafia, citando audizioni e indagini che mostrano come le organizzazioni criminali abbiano assunto modelli aziendali complessi, capaci di operare su scala transnazionale.

Investimenti all’estero, riciclaggio, imprese formalmente pulite utilizzate come “contenitori” di denaro e di consenso: una mafia che non spara sempre, ma che inquina il mercato, altera la concorrenza e penetra nel tessuto produttivo sano.

Un fenomeno che non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma l’intera società, perché colpisce l’economia, il lavoro, le opportunità.

Un pensiero ancora attuale

Per questo – ha concluso Russo – le parole di Paolo Borsellino restano straordinariamente attuali.
Non trattati teorici, ma concetti semplici e radicali, capaci di leggere la realtà anche a distanza di decenni.

Affrontare oggi mafia, potere ed economia significa riconoscere che la sfida non è finita, che si gioca su piani nuovi e che la politica non può più permettersi di arrivare sempre dopo.

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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