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Board of Peace e il grande vuoto dell’ONU

Tra ideologia progressista e immobilismo internazionale, la pace torna a essere una questione di potere e decisioni


Editoriale / Geopolitica

Board of Peace: la pace “a consiglio” di Trump e il nervo scoperto dell’ONU

Non è “follia” solo perché la firma è Trump: è un segnale politico che inchioda l’Occidente davanti a una domanda semplice. L’ONU serve ancora, o è diventata un rito costoso che non decide mai?

24 gennaio 2026 — Board Peace – o, più correttamente, Board of Peace – è una formula che molti commentatori liquidano con una smorfia: “pazzia”, “propaganda”, “ONU privata”. E puntualmente la critica, soprattutto in area progressista, nasce prima ancora di leggere cosa significhi davvero. Perché se la proposta arriva da Trump, allora dev’essere per forza sbagliata. Ecco il punto: questa non è analisi, è riflesso ideologico.

Nel frattempo il mondo continua a bruciare, i conflitti si cronicizzano, le crisi umanitarie diventano normalità e l’ONU appare sempre più spesso come un organismo che amministra l’impotenza: molte parole, pochi strumenti, troppi veti, troppa burocrazia. E quando il tempo della decisione arriva, la risposta – troppo frequentemente – è un documento.

Che cosa significa davvero “Board Peace”

Partiamo dalla traduzione corretta, perché qui c’è già la prima trappola. Board non è un “tavolo” romantico dove ci si stringe la mano. Board è un consiglio ristretto, un organismo decisionale snello, con poteri e responsabilità. “Board Peace”, dunque, non è una “pace poetica”: è una pace governata.

In sostanza, il messaggio è questo: basta assemblee infinite che discutono senza concludere nulla; serve un organo che decida, coordini risorse, pretenda impegni misurabili e, soprattutto, abbia la forza politica di agire.

Ed ecco l’elemento che ha fatto sobbalzare tutti: secondo quanto riportato da fonti internazionali, la carta istitutiva ipotizza un meccanismo in cui la permanenza e il peso nel Board passano anche da una soglia economica molto alta: si parla di 1 miliardo di dollari per avere uno status permanente e finanziare le attività. A molti sembra un ricatto. A me sembra, prima di tutto, una provocazione politica: la pace costa. E chi dice di volere la pace deve dimostrare di essere disposto a sostenerla con atti e risorse, non solo con comunicati.

L’ONU: missione storica, macchina attuale

L’ONU nasce nel 1945 per evitare un’altra guerra mondiale. Missione gigantesca, storicamente necessaria. Ma oggi, nel 2026, l’ONU sconta due problemi strutturali che nessuna retorica riesce più a coprire:

  • Paralisi decisionale: i veti e gli equilibri interni fanno sì che, proprio quando serve intervenire, si resta fermi.
  • Costi e apparato: una governance complessa sostenuta da quote obbligatorie e contributi, che regge un sistema enorme ma non sempre efficace dove conta davvero: nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti.

Attenzione: non sto dicendo che l’ONU vada “buttata via”. Sto dicendo che l’ONU, così com’è, non basta più. E se un leader – con tutti i suoi difetti – porta sul tavolo un’alternativa, il dovere di chi osserva non è insultare: è capire.

Meloni, l’Italia e l’Occidente: il punto che i progressisti fingono di non vedere

Qui arriva la parte che farà storcere il naso a chi vive di automatismi ideologici. In Italia, il governo Meloni non ha trattato il Board of Peace come una caricatura. Ha fatto ciò che un Paese serio dovrebbe fare: valutare, porre questioni di compatibilità, misurare rischi e opportunità. E questo, nel quadro geopolitico attuale, è già una scelta di campo: stare nella comunità occidentale senza complessi di inferiorità.

Chi oggi insulta qualsiasi cosa tocchi Trump spesso non capisce – o finge di non capire – una verità banale: l’America resta il “fratello maggiore” dell’Occidente, con la sua potenza strategica, militare, tecnologica. Non è un dogma, è un dato. E la sicurezza dell’Europa, piaccia o no, si è retta per decenni su quell’equilibrio.

Le sinistre ideologiche continuano a raccontare un Occidente colpevole di esistere, mentre il resto del mondo si riarma, si organizza, si espande. Continuano a parlare come se fossimo ancora nei dibattiti universitari degli anni Novanta, quando oggi siamo in piena competizione globale. Il progressismo vuoto non protegge nessuno. Non difende i confini, non disinnesca le guerre, non regge le crisi energetiche, non ferma le destabilizzazioni. Produce solo indignazione a comando.

E allora la domanda vera non è: “Trump è simpatico?”. La domanda vera è: abbiamo un sistema internazionale che funziona? Se la risposta è no, e i conflitti ce lo gridano in faccia, allora l’idea di un Board ristretto – per quanto discutibile – diventa un tema politico reale, non una follia da meme.

Board of Peace può fallire. Può diventare strumento di potere. Può ridursi a un’operazione di immagine. Ma anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite, oggi, troppo spesso è diventata un rito: costoso, lento, impotente. E allora, tra un rito che non decide più nulla e un tentativo – anche spigoloso, imperfetto, discutibile – io scelgo di analizzare il tentativo.

Perché il mondo è cambiato. Le guerre non aspettano i comunicati, le crisi non si fermano davanti ai veti, e la sicurezza non si tutela con le dichiarazioni di principio. L’Occidente, finalmente, ha le scatole piene di chi lo critica politicamente senza proporre nulla, o peggio di chi scambia la politica internazionale per una battaglia semantica fatta di woke, asterischi e slogan autoreferenziali.

La pace non si costruisce con le formule ideologiche. Si governa. E chi oggi non accetta nemmeno che se ne discuta, è parte del problema, non della soluzione.

Francesco Panasci

È direttore e fondatore de Il Moderatore, quotidiano online indipendente attivo dal 2007. Giornalista e autore, si occupa di politica, società, cultura e attualità italiana, con un approccio critico, diretto e indipendente.

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