CronacaPalermoPrimo PianoSicilia

Pizzo, case rubate ai morti e un funzionario dell’Agenzia delle Entrate che falsificava tutto

Continuano gli aggiornamenti del blitz. Nino Sacco era uscito dal carcere a maggio 2024 e in undici mesi aveva già ricostruito tutto.

BLITZ ANTIMAFIA

Blitz antimafia a Brancaccio: 32 fermati tra estorsioni, droga e aste truccate. Così lavorava la mafia di Brancaccio

Operazione congiunta di carabinieri e polizia nei quartieri Brancaccio e Sperone. Tra i fermati il boss Nino Sacco, uscito dal carcere solo undici mesi fa. Alcuni imprenditori taglieggiati hanno scelto di collaborare con gli inquirenti.

Aggiornamento rispetto alle prime indiscrezioni: il quadro dell’operazione è ora più completo, con i nomi degli indagati, i dettagli sulle accuse e un elemento che allarga il perimetro dell’inchiesta ben oltre i confini del quartiere.

I carabinieri del reparto operativo e agenti della squadra mobile e dello Sco hanno eseguito 32 fermi nei quartieri Brancaccio e Sperone di Palermo. L’operazione, coordinata dalla Procura distrettuale antimafia diretta da Maurizio de Lucia, ha portato all’esecuzione di numerose perquisizioni, alcune condotte con l’ausilio dei vigili del fuoco per l’apertura di magazzini e box. Le forze dell’ordine hanno perquisito anche un’impresa funebre della zona.

Il boss torna libero, il mandamento riparte

Al centro dell’indagine c’è Nino Sacco, scarcerato nel maggio del 2024 e subito tornato a prendere le redini del mandamento di Brancaccio. In undici mesi di libertà, il boss avrebbe riorganizzato l’organizzazione, riattivando i canali del pizzo e del traffico di stupefacenti. Gli indagati rispondono a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata, reati in materia di armi, trasferimento fraudolento di valori e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, oltre a ulteriori delitti aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione dell’associazione mafiosa.

Gli imprenditori rompono il silenzio

Una delle novità più significative dell’inchiesta riguarda la collaborazione di alcuni imprenditori taglieggiati. Diversi esercenti hanno scelto di raccontare agli investigatori le richieste di pizzo subite, permettendo la ricostruzione dettagliata del sistema estorsivo del mandamento. Una scelta non scontata in un territorio dove il silenzio è stato a lungo la norma.

Aste deserte e case dei defunti: il business immobiliare del clan

L’organizzazione non si limitava al racket tradizionale. Gli inquirenti hanno ricostruito un sistema per acquisire immobili venduti all’asta per fallimenti, facendo deliberatamente andare deserte le procedure in modo da aggiudicarseli a condizioni vantaggiose. Nel mirino anche le case di defunti senza eredi, appropriate attraverso documenti falsi costruiti ad arte.

Il colletto bianco degli archivi: il funzionario delle Entrate al servizio del clan

L’elemento che amplia il perimetro dell’inchiesta è la figura di un dipendente dell’Agenzia delle Entrate accusato di aver messo le proprie competenze e il proprio accesso privilegiato agli archivi al servizio del clan. Secondo gli investigatori, il funzionario falsificava documenti immobiliari e fiscali rendendoli formalmente inattaccabili, ripulendo operazioni illecite e attribuendo loro una parvenza di regolarità amministrativa. Un ruolo determinante nelle acquisizioni di immobili e nella costruzione di identità finanziarie credibili per i prestanome. In cambio, riceveva compensi provenienti direttamente dal circuito economico del clan.

Le accuse contestate: associazione di tipo mafioso · estorsione aggravata · traffico di stupefacenti · reati in materia di armi · trasferimento fraudolento di valori · falsificazione di documenti

Chi sono i 32 fermati: tutti i nomi nel provvedimento

Nel provvedimento emesso dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo figurano i seguenti indagati, tutti residenti a Palermo salvo diversa indicazione. Le posizioni sono al vaglio della magistratura e vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Pietro Asaro, 54 anni, di Palermo; Antonino Borgognone, 63 anni, di Palermo; Salvatore Borgognone, 30 anni, di Palermo; Filippo Bruno, 36 anni, di Palermo; Francesco Capizzi, 34 anni, di Palermo; Giuseppe Caserta, 50 anni, di Palermo; Sebastiano Castagnetta, 27 anni, di Palermo; Ignazio Cinà, 36 anni, di Palermo; Maurizio Costa, 61 anni, di Palermo; Salvatore Di Pasquale, 47 anni, di Palermo; Angelo Faraone, 32 anni, di Palermo; Paolo Filippone, 33 anni, di Palermo; Antonino Giuliano, 54 anni, di Palermo; Antonino Graviano, 46 anni, di Palermo; Mohamed Labidi, 32 anni, di Palermo; Cosimo Lo Nigro, 50 anni, di Palermo; Saverio Marchese, 60 anni, di Palermo; Antonino Marino, 47 anni, di Palermo; Pietro Mendola, 54 anni, di Palermo; Antonino Randazzo, 32 anni, di Palermo; Antonino Sacco, 70 anni, di Palermo; Carmelo Sacco, 37 anni, di Palermo; Francesco Salerno, 56 anni, di Palermo; Luciano Scrima, 37 anni, di Palermo; Matteo Scrima, 65 anni, di Palermo; Antonino Spadaro, 69 anni, di Palermo; Gaetano Spadaro, 48 anni, di Palermo; Pietro Tagliavia, 57 anni, di Palermo; Giacomo Teresi, 80 anni, di Palermo; Ignazio Testa, 39 anni, di Palermo; Filippo Marcello Tutino, 65 anni, nato a Caltanissetta; e Giuseppe Vulcano, 37 anni, di Palermo.

L’operazione di questa notte fotografa un mandamento che — nonostante arresti e condanne — ha continuato a operare con metodi collaudati: il pizzo come base economica, le aste come strumento di arricchimento, e ora i “colletti bianchi” come schermo di legalità. La presenza di un funzionario pubblico tra gli indagati segnala una ramificazione che va oltre i confini del quartiere e pone interrogativi sull’infiltrazione nei gangli amministrativi dello Stato.

Le posizioni di tutti gli indagati sono al vaglio della magistratura. Vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio