Antonio Ferrante e la sfida al PD: dal terremoto del 2024 al tour “Per vincere dopodomani”
L’ex presidente della direzione regionale racconta un anno di fratture e provoca con un libro che non risparmia stoccate
Dal terremoto interno al “Per vincere dopodomani”: Antonio Ferrante e la sfida al PD siciliano
Un anno di scontri interni, accuse e nessun dialogo ricucito: ora l’ex presidente della direzione PD Sicilia lancia il suo tour e provoca ancora
Quando nel settembre 2024 Antonio Ferrante lasciò la presidenza della direzione regionale del PD Sicilia, non si limitò a un atto formale. La sua lettera di dimissioni fu un atto d’accusa frontale: denunciò un partito “ombra di sé stesso”, attraversato da “divisioni fratricide più feroci dello scontro con le destre” e prigioniero di logiche di corrente che, a suo dire, soffocano ogni possibilità di rinnovamento.
Il gesto arrivò dopo anni di critiche pubbliche alla gestione delle primarie e agli assetti interni: Ferrante accusava i vertici di trasformare lo strumento partecipativo in un’arena di potere controllata dall’alto, dove i risultati erano spesso il prodotto di accordi sotterranei più che di un reale confronto democratico.
Il fatto che fece esplodere il caso fu la scelta di organizzare la Festa dell’Unità nello stesso fine settimana della Summer School da lui promossa per i giovani del partito. Un evento, quest’ultimo, concepito come laboratorio politico e formativo, che si ritrovò a contare poche presenze mentre, a pochi metri, si allestiva il palco della kermesse ufficiale. Ferrante lo interpretò come un boicottaggio deliberato e decise di lasciare, rifiutando anche i tentativi di mediazione di figure come Anthony Barbagallo e Antonello Cracolici.
Un anno di veleni e congresso contestato
Il 2025 non ha fatto che consolidare quella frattura. Il congresso regionale, conclusosi con la riconferma di Barbagallo alla segreteria, è stato accompagnato da accuse di irregolarità e forzature nelle procedure. Parte del gruppo dirigente nazionale – tra cui Stefano Bonaccini, Matteo Orfini e Alessandro Alfieri – è sceso in Sicilia per chiedere chiarezza e rinnovamento, ma senza risultati concreti.
Le correnti hanno continuato a giocare una partita a somma zero: ogni accordo è sembrato più un patto di sopravvivenza che una scelta di visione politica. Ferrante, pur non rivestendo ruoli dirigenti, non ha mai smesso di parlare. Lo ha fatto sui social, nelle interviste e ora soprattutto con un libro che è, di fatto, la prosecuzione del suo “processo al partito” con un linguaggio più ironico, ma non meno pungente.
La provocazione in forma di libro
“Perché non vinciamo mai – Analisi semiseria di un partito mai partito” è uscito poco più di un mese fa e si è già posizionato tra i best seller di settore su Amazon. L’opera è una mappa ironica ma documentata dei difetti congeniti del PD, con un’analisi che non risparmia nomi, episodi e meccanismi ricorrenti: dal centralismo delle correnti alla miopia strategica, dal culto del congresso alla retorica vuota del “ripartiamo dai territori”.
Ferrante non rinuncia alla stoccata: “Il PD siciliano – scrive – è come un romanzo di Kafka raccontato da Camilleri: intrigo, burocrazia e colpi di scena che non cambiano mai il finale”.
Il tour: oltre il recinto del partito
Il tour di presentazioni, in partenza a fine agosto, toccherà tappe siciliane e nazionali. I primi inviti sono arrivati dai circoli e dalle Feste dell’Unità, “naturali destinatari delle riflessioni che propongo” – afferma l’autore. Ma la vera novità è che il libro entrerà anche in contesti extra-politici: associazioni culturali, dibattiti civici, festival letterari.
Ferrante sa che parlare del PD fuori dal PD può essere visto come una provocazione, ma la interpreta come una necessità: “Se il linguaggio della politica non arriva alla gente comune, allora bisogna cambiare registro. Ironia e leggerezza possono essere la chiave per discutere anche di ciò che di solito annoia o divide”.
“Pensarsi vincenti almeno… dopodomani”
Il titolo della presentazione del tour, “Per vincere dopodomani”, è una dichiarazione di realismo e provocazione. Ferrante non illude nessuno: non promette vittorie rapide, ma un cambio di mentalità per uscire dalla rassegnazione e dalla cultura della sconfitta.
Dietro la battuta, c’è un messaggio politico serio: se il PD vuole tornare a vincere, deve smettere di parlare solo a sé stesso, deve imparare a selezionare la classe dirigente per merito e visione, e non per appartenenza di corrente. In altre parole, serve un partito che torni a fare politica per il Paese e non per l’autoconservazione dei suoi gruppi interni.
Perché Ferrante resta nel PD
La domanda è inevitabile: perché restare in un partito che si critica così duramente? Per Ferrante, la risposta è nel senso di appartenenza: “Si può essere critici senza essere nemici. Il PD è ancora la mia casa politica, ma va ristrutturata dalle fondamenta”.
Ed è proprio questa la sfida del suo tour: non solo vendere un libro, ma creare un’occasione pubblica di confronto vero, dentro e fuori il partito. Con un avvertimento implicito: se non si inizia a lavorare oggi per cambiare rotta, “dopodomani” potrebbe arrivare troppo tardi.








