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Alla vigilia della celebrazione del ricordo di Paolo Borsellino

(di massimo brizzi) borsellino_foto PanastudioCi sono date che rimangono impresse nella memoria per il resto della vita , passano gli anni, ma si continua a ricordare.

Ventiquattro anni fa, una domenica pomeriggio di metà luglio simile a tante altre, l’appuntamento inderogabile con Attila mezzo sangue arabo, anticipato di qualche ora grazie al giorno di festa.

La pista, una sgambata al trotto e già qualche voce agitata ad attirare l’attenzione.

“Palermo, una città di merda”, era una bellissima ragazza milanese, capelli nero corvini, riccia, abbronzatissima, a gridarlo con sdegno rivolta all’amica, una giovane dal viso comune, sbiadito, quasi anonimo.

Pochi anni erano trascorsi da quando decisi di tornare a vivere nella mia città natale. Ero follemente innamorato di suoni, colori, profumi che avevano segnato le spensierate estati del bambino prima, adolescente poi, con un sogno persistente nell’anima, abitare a Palermo per sempre e godere permanentemente di una felicità trasmessa a tratti, quasi una terapia medica, prima di affrontare il ritorno in continente, ospite di qualche ordinata città del nord Italia.

Rallentai il cavallo, lo avvicinai alla staccionata e senza riflettere forse maleducatamente, affrontai la milanese insoddisfatta della città del mio cuore, ma in fondo era l’inconscio a prendere il sopravvento e  a dettare una frase della quale mi sarei subito dopo amaramente pentito” Ma scusa, perché ci vieni in vacanza”.

La risposta non tardò ad arrivare, talmente violenta, veloce, mortificante da lasciarmi arrossire, senza fiato e senza diritto di replica:” Siete tutti mafiosi, hanno ammazzato anche Borsellino”

Neanche due mesi dalla strage di Capaci, dove menti ignobili violentarono un popolo con l’uccisione di Giovanni Falcone, la moglie, la scorta, un attentato devastante, talmente irreale da essere associato agli episodi di Beirut e il copione criminale era tornato a replicare le scena di morte che già aveva fatto piangere gli italiani ed i palermitani onesti il 23 maggio del 92.

L’obiettivo stavolta Paolo Borsellino, simbolo di legalità per un’intera nazione, alter ego di Giovanni Falcone, giudice antimafia integerrimo che insieme all’amico e collega aveva dato la svolta al contrasto della criminalità organizzata in città, infliggendo colpi quasi mortali alla piovra che nel mondo ha preso il nome di cosa nostra.

Una strada senza uscita, sconosciuta a tanti, una zona residenziale circondata da alti palazzi costruiti negli anni ottanta dove trovò la morte Paolo Borsellino, colpevole, di aver pigiato il citofono della madre in un caldo pomeriggio di fine luglio in via Mariano D’ Amelio.

Sottoporre la mamma ad una visita medica, il pensiero di un figlio in una domenica estiva che interrompe una breve pausa al mare per condurre l’anziana donna dal medico.

Bastò pigiare il citofono per scatenare l’inferno, una deflagrazione devastante che sparse pezzi di corpi del giudice e degli uomini della scorta per centinaia di metri intorno e causò seri danni agli edifici circostanti.

Questa fu la cronaca di quel giorno maledetto che costrinse Antonino Caponnetto capo del pool antimafia ad affermare “ E’ finito tutto ”.

Prevalse l’orgoglio degli uomini onesti, quasi un moto di rivalsa e la parola mafia per molti anni fu associata a merda.

Leggi speciali, carcere duro, operazione Vespri con l’impiego di militari impegnati a proteggere obiettivi sensibili, sembrava proprio che lo Stato passasse al duro contrattacco, quello che tutti hanno auspicato per cancellare il morbo quasi secolare contagiato troppo spesso da padre in figlio.

Il passare degli anni invece ha messo in luce ombre e verità ancora oggi non svelate sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due veri eroi dell’antimafia uccisi dal loro stesso ideale.

L’ esempio di una esistenza condotta con rettitudine per il bene di una nazione, questa la marcia ideale per trasmettere gli alti valori dei due giudici alle nuove generazioni.

Una emulazione da rinnovare giorno per giorno con azioni semplici e quotidiane, sono i piccoli gesti di ciascuno a trasformare il giorno della celebrazione in un anniversario dal quale rinnovare anno dopo anno la forza interiore della vittoria morale del bene sul male per non far si che il vecchio detto tanto caro a cosa nostra “calati junco ca passa la china”, non possa mai più tornare attuale.

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