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Acqua minerale non imbottigliata: si butta via

L’acqua pura di sorgente utilizzata per lavare le bottiglie prima della conservazione viene buttata dai produttori dell’Oro blu

Che fine fa l’acqua minerale utilizzata per pulire le bottiglie in cui verrà conservata? “Buttata via”, dispersa nell’ambiente. L’affermazione che lascia increduli in considerazione del fatto che ci appare un enorme spreco  che un bene così prezioso e in via di esaurimento non venga consumato è di Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua , la Federazione italiana delle industrie delle acque minerali.

L’acqua, appena sgorgata dalla fonte, viene usata per il lavaggio dei contenitori nella misura del 50% dell’imbottigliato e questo per rimuovere le impurità presenti nelle bottiglie.

“Una procedura prevista per legge- spiega Fortuna- a tutela della salute pubblica. Le bottiglie di acqua minerale, sia in plastica sia in vetro, prima di essere riempite con l’acqua minerale proveniente dalla sorgente, devono essere pre-sciacquate con la stessa acqua minerale proveniente dalla sorgente in una misura pari a circa la metà del contenuto della bottiglia. Se una sorgente ha una portata per esempio di 60 litri al minuto ed è del tipo “ad emersione”, l’azienda utilizzerà l’acqua, sia per l’imbottigliamento sia per il prelavaggio, nella misura corrispondente a quanto ne può vendere. In altre parole, imbottiglia l’acqua che sa di vendere sul mercato e se questa quantità d’acqua è inferiore a quella che la sorgente fa emergere, è evidente che quell’acqua non viene imbottigliata.

Pensi che prima, l’acqua per il lavaggio delle bottiglie – prosegue Fontana- era pari all’intero contenuto del vuoto. Insomma, per un litro di acqua da imbottigliare ne occorreva un altro per il lavaggio. Adesso, grazie alle tecnologie avanzate abbiamo ridotto questo processo a circa mezzo litro”.

In pratica, dopo il risciacquo, l’acqua che non è più pura viene buttata via, non serve più? Eppure, sono molteplici i modi per riutilizzarla ed evitarne così lo spreco: a scopi irrigui, ad esempio, o per usi domestici e persino per quelli industriali che assorbono il 23% del totale globale delle risorse idriche. Una pratica quella della dispersione di un bene tanto prezioso quanto l’oro che cozza con il primo articolo della Carta europea dell’acqua, «L’acqua è un bene prezioso indispensabile a tutte le attività umane», che contiene in sé il principio su cui le nuove legislazioni e iniziative dei governi dovranno basarsi in un futuro molto prossimo, per evitare che il miliardo di persone che ad oggi non può disporre di risorse idriche sicure si trasformi in un numero più grande e in un enorme pericolo per l’intero Pianeta.

A sollevare dubbi sull’utilizzo dell’acqua non imbottigliata da parte delle multinazionali che in Sicilia hanno ottenuto le concessioni per la produzione e l’imbottigliamento sono stati i deputati del Movimento 5 stelle dell’Assemblea regione siciliana, Claudia La Rocca e Matteo Mangiacavallo, che hanno fatto richiesta di accesso agli atti all’assessorato regionale all’Energia e i Servizi di pubblica utilità.

I pentastellati chiedevano chiarimenti relative alla produzione dello stabilimento della Società Terme di Geraci Siculo spa, attraverso la concessione Pizzo argentiera, e dell’impianto della Società La Fonte srl, entrambi ricadenti nella provincia di Palermo.

La risposta fa tremare i polsi. Su una produzione annua di 57 milioni 824 mila litri di acqua a marchio Geraci, 31.534. 362 milioni di litri vengono imbottigliati in plastica ed oltre 1 milione in vetro. E gli altri 25 milioni di litri, che fine fanno? Lo abbiamo chiesto alla stessa società che non ha rilasciato dichiarazioni rimandandoci a Mineracqua.

Ma anche per la società Fontana c’è una bella differenza fra l’acqua prodotta (15 milioni i litri), e quella imbottigliata (un milione di litri), degli altri 4 milioni non ne se conosce la sorte.

Ed è su queste discrepanze che si è focalizzata l’attenzione dei deputati cinquestelle che hanno inviato un dossier alla Procura della Repubblica di Palermo: “Abbiamo richiesto dati precisi sull’acqua estratta ed imbottigliata –ha detto Matteo Mangiacavallo- ma non ce li hanno forniti. Quelli parziali di cui siamo in possesso evidenziano come solo una parte dell’acqua estratta venga imbottigliata. Ci siamo chiesti: e l’altra che fine fa? Visto che gli uffici non sanno come risponderci, ci siamo rivolti alla Procura della Repubblica di Palermo. Ci risponderanno loro”.

A rilasciare le autorizzazioni è l’amministrazione regionale, così come stabilito dall’articolo 5 del D.Lgs. 105/1992,  previo accertamento che gli impianti destinati all’utilizzazione siano realizzati in modo da escludere ogni pericolo di inquinamento e da conservare all’acqua le proprietà, corrispondenti alla sua qualificazione, esistenti alla sorgente.

Oggi nell’Isola il canone per l’estrazione di acqua minerale è fissato a 2 euro al metro cubo, ma le lobby dell’oro blu stavano per ottenere un prezzo molto più favorevole per le multinazionali e poco vantaggioso per i piccoli produttori, 30 centesimi a metro cubo per l’acqua imbottigliata, uno di 20 centesimi per l’acqua “non imbottigliata ma comunque utilizzata” mentre nessuno per quella “non imbottigliata e non utilizzata”.

Ma un disegno di legge fermo alla commissione regionale Attività produttive a firma del deputato Pd Bruno Marziano che di fatto faceva un bel regalo ai dominus dell’acqua minerale è stato stravolto dal M5S, che ha riformulato la proposta di legge apportando sostanziali modifiche al testo originario. La commissione ha accolto e votato all’unanimità i due emendamenti presentati dai deputati Cinquestelle che istituiscono una soglia di 30 mila metri cubi di consumo. Tariffe inferiori, di circa un euro, per le società che si mantengono sotto la soglia, vicine ai due per chi la supera.

“Le logiche industriali, secondo le quali i costi si riducono a fronte di un maggiore quantitativo prodotto, non si possono applicare all’acqua che è un bene essenziale e non è certo infinito. Con i nostri emendamenti siamo andati incontro alle esigenze delle piccole aziende siciliane senza fare regalie alle multinazionali dell’acqua, come forse avrebbe voluto Confindustria”. E’ stato il commento di La Rocca.

Il fatto che le aziende paghino anche l’acqua che non usano e che in modo del tutto irragionevole “buttano via” stride con la gestione più equa e responsabile di questo bene prezioso auspicata anche nella Carta europea.

Marina Pupella

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