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“Transiti”, la lunga storia dell’amicizia tra Francesconi e Sciascia

“Di Sciascia vorrei (quasi) non dire Guardavo le sue scarpe nere muoversi con passo sicuro per niente distratto alla Vucciria ne sento ancora i rumori conficca i suoi silenzi vitali nella nicotina, con orecchie fredde ascoltava come un medico i rumori accessori della vita”. E’ in un perfetto stile joyciano che il maestro viareggino Mario Francesconi dipinge in una sua opera l’amico di sempre, Leonardo Sciascia.

La storica amicizia fra l’artista e lo scrittore siciliano è raccontata in una mostra “a quattro mani”, Transiti, allestita a Palermo nella splendida cornice di Villa Malfitano dallo stesso Francesconi col supporto dello studio legale milanese di un eclettico avvocato, Giuseppe La Scala. Perché uno studio legale possa interessarsi, oltre che di cause giudiziarie, anche di cultura è la domanda che i cronisti presenti all’inaugurazione dell’esposizione, che si concluderà il 30 aprile prossimo, hanno rivolto a La Scala: “C’è sicuramente una spinta etica- spiega- perché il pubblico fa i conti con una penuria di risorse alla quale il privato può sopperire assumendo un ruolo suppletivo. Sono convinto che agli avvocati serva un approccio umanista: anche quando ci occupiamo di diritto d’impresa, cerchiamo di esercitare una cultura umanista. Che vuol dire, alla fine, cercare di venire incontro alle esigenze delle persone”.

Come dire, la storia si ripete. L’arte difesa e salvaguardata dal mecenate che interviene quando le istituzioni sono assenti o ancor peggio sorde ai richiami della cultura. Prima di approdare nel capoluogo siciliano, le opere di Francesconi sono state esposte a Milano nell’auditorium dello studio legale di La Scala. “Transiti” esprime un cammino tra le verità e il pensiero di Sciasica, attraverso ritratti inediti realizzati con l’uso di differenti tecniche e varianti. Si passa dal disegno a matita, a inchiostro, a graffito bianco su fondo nero, fino alla tempera, all’olio e alla tecnica del collage, in cui le carte, gli straordinari sketchbooks sembrano anch’essi valori simbolici: giornali, pagine di libri dello scrittore di Racalmuto, sue frasi scritte sopra i simulacri messi così in secondo piano quasi ad allontanare il ritratto fisico rispetto all’opera, o per slogare l’architettura compositiva.

L’artista toscano prende la prima carta che ha sottomano, un catalogo a stampa, una velina, per ordire il suo soggetto-pretesto e coltivare nuovi atti sensibili, emozioni inattese. Così, l’amico ha aperto corpo e mente di Sciascia, accendendo contemporaneamente diverse fonti di memoria e di soluzioni tecniche, quasi che il ritratto dovesse risultare conseguenza di un’altra azione che non quella compositivo-formale. E’ una sola immagine, ma dietro racchiude l’ansia di essere mossa, di affacciarsi a un mondo diverso da quella in cui è nata.

Una liason artistica, quella fra i due, nata nel 1970 e segnata da una grande passione civile e da una umana tensione alla ricerca del vero. Fu proprio Leonardo Sciascia a presentare il maestro viareggino alla città di Palermo, in occasione di una mostra alla galleria “La Tavolozza”, dove ne sottolineò la capacità di affrontare e rappresentare “sottilmente e maliziosamente” la realtà delle cose, per ridurla “in parvenze, in illusioni, in astrazioni”. Non finì qui, perché i due artisti si ritrovarono uniti da un naturale sentimento di discrezione, entrambi restii ad affacciarsi ai riflettori della mondanità del tempo. Un sentimento quello di Francesconi che è andato oltre la scomparsa dell’amico di sempre e che è quasi diventato un’ossessione, come dimostra la pletora di quadri, allestimenti a lui dedicati.

Marina Pupella

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