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Terremoti, raffinerie e scorie radioattive: i silenzi della Sicilia

Terremoto di Santa Lucia. Foto Internet

Che i terremoti non siano prevedibili è risaputo, purtroppo ancora la scienza non è riuscita a trovare un sistema efficace per poterli individuare in tempo utile per avvisare la popolazione del loro arrivo, ma ciò che molti, forse, non sanno è che i terremoti si possono nascondere.

Non è facile realizzare una cosa del genere su un’area antropizzata, ci vuole il perfetto funzionamento di tutta una rete di complicità che va dalla politica, all’imprenditoria, alle forze dell’ordine, all’informazione.

Questo è ciò che è avvenuto per il sisma del 13 dicembre del 1990, il cosiddetto “Terremoto di Santa Lucia”, che colpì Siracusa e provincia, e che probabilmente raggiunse il IX grado della scala Mercalli, provocando 17 morti, centinaia di feriti, 14.000 senzatetto e danni quantificati tra i 4.000 e i 5.000 miliardi di lire dell’epoca e, nonostante tutto ciò, non solo, i mezzi d’informazione oscurarono o minimizzarono la portata degli eventi diffondendo notizie non veritiere, ma il sisma stesso non ottenne mai il riconoscimento ufficiale visto che le zone colpite non ottennero la dichiarazione dello stato di calamità naturale.

Come mai tutto questo? Come mai un segreto di Stato su un terremoto e per di più così evidente e teoricamente difficilmente oscurabile?

La risposta si ritrova in una presenza ingombrante situata in quel territorio e vale a dire il polo industriale di Augusta-Priolo-Melilli, area, questa, ribattezzata macabramente “Triangolo della morte” a causa dell’alto tasso di mortalità dovuto chiaramente all’attività industriale.

Sappiamo tutti che l’intera Sicilia è zona sismica e sempre tutti sappiamo che raffinerie e poli petrolchimici non insistono solo nel siracusano, ma ad esempio ne ‘possediamo’ uno a Milazzo proprio nelle vicinanze di una grossa faglia che collega i vulcani delle Eolie con l’Etna e passante per il golfo di Patti. Tra l’altro, per costruire il polo petrolchimico milazzese si distrusse la piana agricola che produceva ortaggi esportati in tutto il mondo, arrecando così un grave danno all’economia locale avendo, inoltre, la beffa dell’inquinamento e del prezzo della benzina più alto d’Italia.

Se a Siracusa è stato fatto di tutto affinché non si sapesse nulla né sui reali danni causati da un forte terremoto, né sul terremoto stesso, lo stesso potrebbe avvenire a Milazzo o in altre aree petrolchimiche della Sicilia?

Questa domanda diventa ancora più inquietante dopo la scoperta che a Pasquasia – cittadina in provincia di Enna – sembrerebbe che lo Stato italiano abbia seppellito in una miniera scorie radioattive.

Infatti,  dalla relazione “Indirizzi generali e pratiche di gestione dei rifiuti radioattivi”, pubblicata nel 1990 dall’Enea – ex “Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente”, ora “Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile” – si legge “sono state avviate le azioni per la costruzione, in collaborazione con l’Italkali di Palermo, di un laboratorio sperimentale sotterraneo nella miniera attiva di sali di Pasquasia (EN). Il laboratorio viene costruito nella rampa di accesso ai depositi minerari, ad una profondità di 160 mt.”

La miniera di Pasquasia fu in funzione fino al 1992 quando, senza preavviso, ha cessato l’attività estrattiva.

Il Caso di Pasquasia non sembra, però, essere l’unico in Sicilia; ciò è quanto emerge da un’inchiesta del giornalista Gianni Lannes che, traendo spunto dal libro “Radiation and Human Health” di J. W. Gofman, in cui si legge: “Non si sa che effetto avrà sul sistema immunitario dei siciliani di Lentini la radioattività delle scorie nucleari nascoste dagli americani nel suolo”, cerca di capire dove possano essere state nascoste tali scorie.

Possiamo citare anche il caso dell’interrogazione all’allora Ministro Matteoli riguardante i 60.000 metri cubi di scorie in arrivo dall’Inghilterra e dove nel 2004 il responsabile Area Territorio ed Ambiente della società Sogin – Società Gestione Impianti Nucleari – dichiarò al Corriere della Sera che “tra i possibili siti vi sono Regalbuto, Agira, Assoro in provincia di Enna e Resuttano in provincia di Caltanissetta”.

Tutto ciò è la testimonianza che per lo Stato italiano la Sicilia è solo una pattumiera e che i siciliani sono soltanto carne da macello. Da ciò, di conseguenza, si evince che l’Italia non è lo Stato dei siciliani. Quando costituiranno il loro Stato probabilmente tutto ciò non accadrà più.

 Marcello Russo

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